La maggior parte dei convegni o seminari ci hanno abituato a vedere il relatore saldamente seduto al suo posto dall’inizio alla fine della relazione. Se ciò poi si accompagnava ad un andamento mono-tono del paraverbale ecco che, a prescindere dalla bontà dei contenuti, l’evento risultava in salita. Difficile, infatti, mantenere alta l’attenzione in tali condizioni (che è poi ciò che permette di memorizzare i contenuti).

Sarà capitato a tutti di partecipare ad un seminario o ad un convegno e trovarsi davanti proiettate slide piene di testo. A questo punto ci siamo trovati di fronte ad un bivio: decidere di ascoltare la relazione dello speaker e non leggere il testo, oppure optare per la lettura e sacrificare ciò che il relatore stava per dirci. I più diligenti hanno cercato di fare entrambe le cose…perdendo necessariamente spezzoni dell’uno e dell’altro.

L’email è diventata compagna onnipresente delle nostre giornate. Siamo talmente abituati ad interagire con questo strumento che se per un po’ non ne riceviamo una sorge una sorta di disagio, di preoccupazione che il client di posta non funzioni, che non vi sia connessione Internet…insomma notiamo un qualcosa di strano rispetto alla “normalità”. E già questa considerazione parla da sé...

Ore 18, riunione plenaria in studio. Si comincia in ritardo, tanto per non perdere le buone abitudini e il via vai di chi è richiamato, come un pesce all’amo, dal telefonino scandisce buona parte dell’incontro. Dalla mia posizione defilata ho il privilegio di poter osservare ciò che accade. Lo schema è in fondo molto semplice: far prevalere la propria opinione su quella degli altri. Tutto qui. Energie, toni di voce, tempo, dialettica, insomma tutto focalizzato strategicamente verso un’unica meta: avere ragione sugli altri, imporre la propria opinione e, quindi, visione delle cose.

Più di una volta durante lo sviluppo dei botta e risposta tra i partecipanti mi rimbalza in testa come una pallina da ping pong una domanda: ma è saggio tutto questo? Intendo, è utile a qualcuno, anche solo a chi la spunta volta per volta come in una partita a carte dove vince chi cala il jolly al momento giusto. Mah, la pallina in testa continua a fare il suo dovere e mantiene vivo il dubbio che tutto ciò non abbia senso, ma proprio per nessuno.

Ad un certo punto mi sovviene una scena di un film appena visto e che apparentemente non dovrebbe centrare nulla con il contesto in cui sono inserito. La pellicola che mi sovviene è quella di Batman 2, dove il mitico eroe si inventa un espediente per poter ricostruire tridimensionalmente l’ambiente in cui si troverà ad agire e che non conosce. In sostanza utilizza i cellulari dei presenti come sonar che grazie all’emissione di onde radio dalle diverse posizioni in cui si trovano (punti di vista, appunto) fanno sì che il risultato sia la ricostruzione di un ambiente tridimensionale.

È arrivato anche quest’anno Natale e, a ruota, l’Anno Nuovo. È tempo di far partire le centinaia di auguri (ora digitali, costano meno) verso caselle di posta elettronica dei nostri clienti. La fantasia si spreca e si va dai classici “Tanti auguri di Buone Feste”, alle cartoline animate più o meno originali, con musiche, personaggi ed effetti speciali. Fermiamoci un attimo e facciamoci una semplice domanda: cosa vogliamo ottenere con il nostro messaggio di auguri rivolto al mio cliente?

Certo, un giorno al mese non cambia la vita, ma può essere il primo passo per migliorare (al contrario di ciò che si possa pensare) la propria efficacia in ufficio e prendersi allo stesso tempo un po' di cura di sé. Proviamo a pensare quanto tempo ciascuno di noi dedica a se stesso e basta. Intendo, solo a se stesso, in una sacrosanta e rigenerante solitudine, senza pensare al lavoro, alla famiglia, agli impegni?

Ormai l'ho detto, non posso più tirarmi indietro; presa questa strada si va fino in fondo. Quante volte ci siamo trovati in una situazione del genere? Noi stessi (o il nostro interlocutore) una volta sbilanciati su di una posizione siamo andati avanti a difenderla; ciò anche quando ci eravamo resi conto che le cose stavano diversamente o che le conseguenze sarebbero state poco favorevoli. Quante volte, nei rapporti con con la nostra dolce metà, oppure con il collega o il cliente abbiamo visto mettere in atto questo comportamento?

Ricordate il film Sliding doors? Una metropolitana persa, un taxi non preso, un sorpasso non fatto e la nostra vita prende una direzione diversa da quella che avrebbe altrimenti preso. Ed è così tutti i giorni, scelta dopo scelta, consapevole o meno che sia. L’effetto Butterfly prende le mosse da questa considerazione per affermare che anche dai più piccoli gesti, da scelte apparentemente insignificanti possono derivare, anche a distanza di tempo e di luoghi, effetti importanti.

Avere successo vuol dire avere obiettivi chiari. Anche l'origine del termine successo, dal latino succèssus, indica il far subentrare ad un'idea, un proposito, un progetto, il risultato. In altri termini, far accadere ciò che si è prefissati. Come si può, infatti, far accadere qualcosa se non si conosce prima cosa si vuole ottenere? Le vere leve motivazionali sono dunque proprio gli obiettivi.

Avvocato voglio fargliela pagare a tizio”, “Voglio fare causa a caio”, “Mi rivolgo a Lei per ottenere giustizia”, “Mi metto nelle sua mani”. VI dice qualcosa tutto ciò? Vi riconoscete in situazioni vissute con i vostri clienti?

Ebbene, il cliente si rivolge all’avvocato per ottenere ragione su un proprio diritto, per avere soddisfazione del torto subito, per potersi vendicare, per paura di conseguenze peggiori, per realizzare un affare.

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