Per capire cosa vedono gli altri di noi, il modo migliore è mettersi nei panni degli altri. Vediamo allora cosa potrebbe cercare un cliente-tipo di un commercialista o di un avvocato attraverso il Web. Con buone probabilità andrebbe su Google (il nuovo oracolo di Delfi, da interrogare ogni volta in cui si ha bisogno) e digiterebbe le chiavi di ricerca per lui interessanti: “commercialista”, “studio commercialista”, “avvocato”, “studio legale”;

Il modo migliore per ottenere risultati è dargli una scadenza. Un’altra, direte voi? Viviamo di scadenze e adesso eccolo qui un altro che ci parla di scadenze. Basta, non ne possiamo più! Avete ragione, nulla da dire. Se non fosse che la scadenza di cui stiamo parlando non è quella della notifica dell’atto, del deposito del bilancio o del pagamento dell’Iva. Non è, in altre parole, una scadenza imposta dall’esterno, dagli altri. Di queste, effettivamente, ne abbiamo abbastanza.

Che voi siate avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro, notai, tradizionalmente siete stati abituati costruire e gestire la vostra reputazione, il vostro nome, nelle relazioni sociali e nei rapporti one to one della vita “reale”; siete stati abituati a lavorare sulla serietà e professionalità delle vostre prestazioni e sui contatti della vostra rete relazionale "analogica". Sapevate che queste relazioni e queste attività avrebbero goccia a goccia dato forma alla vostra reputazione, al vostro nome, che avrebbe poi viaggiato di bocca in bocca con il passaparola.

What women want, ricordate? Cosa vogliono le donne, si chiedeva Mel Gibson nell’omonimo film. Non è questa la sede per parlare di uomini e donne (lasciamo ad altri programmi, anche televisivi, il tema), bensì di clienti. Già, i clienti del libero professionista. Cosa vogliono i clienti dal proprio avvocato, commercialista, consulente del lavoro? Porsi questa domanda è oggi più che mai fondamentale per sapere cosa e come comunicare con i nuovi e con gli attuali; è fondamentale per non perdere tempo, è fondamentale per poi farsi pagare di buon grado dal cliente.

È importante fare “spogliatoio” anche in Studio, esattamente come accade nello sport per una squadra. Questo perché uno Studio professionale con una propria organizzazione di professionisti e collaboratori rappresenta un team, una squadra, appunto. Ciò che invece mi sento rispondere e leggo tra le rughe meravigliate sulle fronti dei miei interlocutori avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro e notai è che lo Studio professionale è uno Studio e non una squadra di calcio o di pallavolo.

Le novità normative degli ultimi mesi che hanno interessato il mondo delle professioni rivoluzioneranno i rapporti professionista-cliente. Se il baricentro del rapporto un tempo era a favore dei primi, oggi sembra inesorabilmente spostarsi verso i secondi. Senza addentrarci qui in disquisizioni che entrino nel merito di preventivo sì, preventivo no, di contenuto del contratto di incarico professionale, di diminuzione o meno dei compensi professionalie via dicendo,

Continuiamo il nostro viaggio nel public speaking, l’arte di parlare in pubblico, piacere e piacersi. Era da settimane che Franco, un avvocato “giovane dentro” (come si definiva lui strizzando l’occhiolino alle cinquanta candeline spente da poco), stava preparando la relazione per il convegno organizzato dal suo Studio legale. Era tutto perfetto, il palcoscenico era la riforma del lavoro e lui non poteva che essere l’attore principale, giuslavorista appassionato.

Partiamo dalla fine, tanto per cominciare. Anche chi se la cava bene nel parlare in pubblico e nel condurre discorsi, il più delle volte dedica buona parte del suo tempo a curare “l’attacco” dello speech. Certo, l’ansia è palpabile e quindi si cerca di porre rimedio a questa sensazione sgradevole iper-preparandosi al suo superamento.

Già, se Luigi Comencini potesse girare oggi un film sull’Italia della crisi lo chiamerebbe con buone probabilità così. Del suo celeberrimo “Pane amore e fantasia” del 1953, che raccontava l’Italia del dopoguerra, di amore, oggi, nell’Italia del New Deal (speriamo davvero) ne rimane poco, troppo poco, rosicchiato dall’ansia e dalla preoccupazione quotidiane di un popolo (italiano, ma non solo) alla ricerca di una propria identità e di un significato al proprio agire.

Associati, in società o in condivisione di spese, lo Studio professionale cambia pelle e diventa grande. Le compagini di Studio risultano sempre più strutturate e di grandi dimensioni. Questo per rispondere meglio alle sollecitazioni del mercato, alle richieste dei clienti ed essere così più competitivi. Tutto ok, fin qui. Ma la sfida della competitività si vince sull’efficienza dei servizi e dell’organizzazione.

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