Palestra, spogliatoio ore 20. La giornata ha prodotto i suoi frutti e volge al termine, almeno la sua parte lavorativa. È arrivato il momento per dicarsi al relax e scaricare un po' di tensione accumulata. Fuori le scarpe da corsa, maglietta e calzoncini. Eccoci una decina di reduci dalla giornata in ufficio, ciascuno davanti al proprio armadietto come a militare, prepararsi alla fase B: un po' di salutare movimento.

Twitter è il microblogging del momento. Partito nel 2006 a San Francisco (se fosse un bimbo non andrebbe neppure alle elemenari non avendo ancora compiuto 6 anni di età!) il social network dai 140 caratteri è oggi una vera rivoluzione nel modo di comunicare tra le persone. Nel business, come nell'informazione e nelle relazioni personali, la parole tweet, è entrata oramai nell'uso comune.

Esiste un principio in base al quale è il 20% delle attività che svolgiamo a generare l’80% dei risultati. Specularmente, il rimanente 80% di attività produrrà solo il restante 20% di risultati, qualificandosi dunque come attività ben poco redditizie. Questa regola è nota come Legge di Pareto o principio 80/20. 

La conseguenza pratica dunque quale potrà essere? Che su 100 attività solo 20 sono quelle realmente produttive e redditizie.  Quindi, una gestione oculata del nostro tempo e delle nostre energie dovrebbe portare ad individuare quali sono le attività altamente produttive che rientrano in quel 20% da cui discendono gran parte dei nostri risultati.

Abbiamo parlato in più occasioni dell’importanza di costruire una relazione con il proprio cliente improntata all’empatia. Per avvocati e commercialisti la capacità di entrare “in contatto”, emotivamente parlando, col proprio assistito è importante, tanto quanto il saper gestire con professionalità e competenza le richieste. Spesso infatti i professionisti dell’area legale sono chiamati a svolgere per il proprio cliente la funzione del medico: viene loro sottoposta una situazione “patologica” per trovare la "cura" più adatta. Solitamente sono situazioni poco piacevoli per l’assistito; sicuramente non lo è la cura, né la sua necessaria applicazione per evitare conseguenze più spiacevoli.

Fare il professionista vuol dire anche questo. Vuol dire dedicare una quota-parte del proprio tempo a creare un clima in studio positivo, di collaborazione e condivisione. Vuol dire sapere quando intervenire e come nelle situazioni di tensione tra i collaboratori. Vuol dire essere consapevoli che le emozioni, anche in studio, possono fare la differenza tra un gruppo performante e uno dispersivo e conflittuale. E i clienti? Percepiscono, statene certi, se uno studio è un’organizzazione compatta e sincronica, oppure se ciascuno va per la sua strada e alla prima occasione non perde tempo a sfogarsi su ciò che non va.

Prendiamo il caso di uno studio legale di dimensioni medio-grandi. Parliamo di oltre trenta collaboratori tra professionisti e personale di segreteria e amministrativo. Una start up partita due anni prima da alcuni professionisti che dopo l’esperienza pluriennale in grandi studi legali decidono di “mettersi in proprio” e realizzare il sogno professionale per il quale hanno studiato una vita. 

Di fronte ad una situazione problematica vi possono essere diversi modi di reagire. Spesso nella quotidianità quando ci si presenta un problema lo affrontiamo istintivamente, spinti dall’ansia di togliercelo “dai piedi”, piuttosto che dall’onda emotiva.

Se proviamo a pensare ad una giornata lavorativa-tipo ci accorgiamo che si arriva a sera e invece di aver realizzato quanto ci eravamo promessi siamo stati risolutori di problemi, piccoli e grandi. La nostra giornata si è frammentata in tante piccole operazioni, in tante “toppe” messe qua e la. Insomma, è andata in modo completamente diverso da come ce l’eravamo immaginata. Da qui la convinzione che tanto pianificare non serve a nulla, perché non posso avere il controllo delle mie giornate. La sensazione che ci resta addosso è spesso di insoddisfazione, di non compiuto, di stress.

Chi svolge una libera professione come l’avvocato o il commercialista non è tradizionalmente abituato a porsi una domanda: come mi vedono gli altri? Sì è infatti abituati a pensare, a dare per "scontato" che tutti ci vedano come ci vediamo noi, come se ci leggessero nel pensiero. Diamo per scontato che tutti percepiscano quanto siamo bravi, quanta esperienza abbiamo, quanto siamo seri ecc. Non siamo abituati, in sostanza, a porci la domanda: cosa “arriverà” agli altri di ciò che cerchiamo di comunicare, delle nostre intenzioni, del nostro essere e dei nostri modi.

Sulla leadership esistono molti libri. La maggior parte propone regole, principi, modelli per lo più ereditati dalle teorie manageriali aziendali. Lo studio professionale, tuttavia, presenta caratteristiche peculiari e dinamiche tutte sue.

Un libro, in particolare, mi ha colpito negli ultimi tempi. Regalato a Natale da un amico commercialista, riesco a trovare il tempo di leggerlo solo ora. Sin dalla prefazione promette bene e il resto è ancora meglio. Parlo di “Tanti boss pochi leader” di Rajeev Peshawaria, ed. Rizzoli Etas. Bello!

Così come il tessuto economico italiano è intriso di piccole e media imprese, anche quello professionale si caratterizza per la presenza di studi professionali di piccole-medie dimensioni. Solo un decennio fa erano praticamente la totalità. Quella che oggi si chiama boutique del diritto per indicare lo studio legale con uno solo professionista o al massimo un paio, era assolutamente la regola.

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