Sento ma non ascolto. Capita spesso, vero? Lei: "Ti sto parlando, ma non mi ascolti!" Lui: "Certo che ti ascolto, sono qui non vedi? Cosa devo fare, mettermi in ginocchio davanti a te?" Lei: "No, mi basterebbe un cenno, vorrei che mi guardassi quando ti parlo. Invece si vede benissimo che stai pensando ai fatti tuoi". Lui: "Adesso sei anche veggente? Riesci a leggermi nel pensiero? Sai cosa sto pensando? Ma come si fa a parlare in questo modo, sei irritante". Lei: "Si capisce lontano un miglio che sei qui fisicamente, ma con la testa sei da un'altra parte, con te non c'è dialogo!".

Il fattore caso, chiamamola sfiga o chiamiamolo culo, esiste eccome. Se ci pensate bene passiamo la nostra vita in costante equilibrio tra il successo e l'insuccesso, tra il riuscire e il non farcela, tra la vita e la morte. È questione di centimetri, come ci racconta in "Ogni maledetta domenica" un coach d'eccezione, Al Pacino, negli spogliatoi della sua squadra di football americano: un attimo prima e hai la presa, un attimo dopo ed è troppo tardi e quell'attimo ti fa perdere la partita e precipitare all'inferno, oppure ti fa diventare il più grande, osannato da tutti.

Compro, compro, compro. In questo periodo poi la carta di credito è la mia compagna più vicina. Come ho ragionato negli acquisti? Mmmhh, fatemi pensare, allora..., non lo so!

Aspettate, io sono una pesona dotata di razionalità che sa fare i suoi conti! Non sono uno che si fa fregare facilmente dalle emozioni e dalle pubblicità! Quindi fatemi pensare per esempio quando ho comprato l’ultima auto? Beh, prima ho acquistato Quattroruote e almeno altre tre/quatto mensili di auto per informarmi su consumi, prestazioni, sicurezza, prezzo. Sono razionale e quindi valuto. Poi è cominciato il pellegrinaggio finesettimanale dalle concessionarie, multimarca, dedicate, in città, fuori. Sono razionale, quindi mi informo. Non può ovviamente mancare una protratta navigazione sul web tra siti di ogni tipo alla ricerca di informazioni e modelli.

In ciascuno di noi convivono due anime, gemelle di nascita ma che spesso non si sono mai incontrate. C’è quella coraggiosa e oltranzista, che ci spinge a lottare e quella moderata e ragionevole che ci rallenta a rimanere. Esistono percorsi che a volte la vita ci para davanti nostro malgrado e che rappresentano il crocevia dove queste due sono destinate ad incontrarsi, e così è. Da quel momento nasce in noi una nuova coscienza, e quel senso di integrità la cui mancanza si agitava in noi da sempre, finalmente risuona all’unisono. Esistono poi percorsi che ciascuno di noi, ad un certo momento della propria vita, si sceglie - più o meno consapevolmente - di fare.

Esistono tanti modi per fuggire. Non è questo il punto. Ma da che cosa e ancor di più verso che cosa, ecco questo è il vero problema. La fuga è un atto di viltà o di coraggio, è la presa di coscienza o al contrario il rifiuto della conoscenza? Si fugge per disperazione o si fugge per speranza? Si fugge per non vedere o si fugge perché si ha visto? Letteratura cinema e musica ci restituiscono capolavori assoluti su questo tema. Perché si può fuggire nei sogni, nei ricordi, nelle vite altrui, su piccole strade o su grandi distanze, senza un progetto  o verso un obiettivo, da soli o in compagnia. Unico costante compagno di viaggio, sempre e comunque, alleato e bussola della fuga esistenziale è la libertà, quel senso di affrancamento che la distanza del viaggio ci dà.

Cosa diceva Steve Jobs? Stay hungry stay foolish? Siate affamati, siate folli? Sì è sempre quello il tema conduttore di una vita che valga la pena di essere vissuta: la passione ardente che per molti rasenta la follia o la maniacalità. Già, quella benzina che si accende al mattino dentro di noi e ci riscalda, dà carica e fa correre a mille. Prima con la mente e poi con il corpo. Altro che il cuore oltre l'ostacolo. Ci sono passioni dove gettiamo tutti noi stessi oltre l'ostacolo e poi ci rincorriamo per recuperarci e alla fine sentirci di nuovo intatti, pieni e soddisfatti in quella totalità di sentimenti che da il senso a tutta la nostra esistenza. Sentite questa storia, fa tanto bene di questi tempi sentire storie, ancorarci a gesta epiche poi trasformate in business colossali.

Correva l'anno 1957 e in piena Guerra fredda l'allora URSS parte alla conquista dello spazio con una navicella, lo Sputnik I a cui seguì a distanza di circa un mese lo Sputnik II. Quell'autunno l'allora Presidente americano Eisenhower ebbe giustamente di che preoccuparsi e avviò il progetto che prese il nome di ARPA, a cui solo dopo si aggiunse il suffisso NET, che significa "rete". Ma cos'era ARPA?

Crisi, paura, mancanza di vision, oggi sembra che il mondo intero abbia perso una direzione, sembra che quel benessere a cui molti (troppo pochi a dire il vero rispetto all’intera umanità) si erano abituati possa venir meno e questo terrorizza. Ci si focalizza su ciò che si può perdere. Ci si concentra su ciò che non si potrà più avere, forse. Si parla solo in negativo. Si usano parole pesanti, echi di animi appesantiti. Ma com’è stato in passato? Cosa avevano davanti i nostri nonni e bisnonni? E se andiamo ancora più indietro cosa ha fatto in modo che la civiltà progredisse se non le crisi, o meglio, le soluzioni alle crisi?

Il carattere o le competenze, qual è la dote più importante nella vita di un leader? Per Winston Churchill non vi erano dubbi, il carattere certamente! Nel suo discorso alla Camera dei Comuni il 19 settembre 1950, a guerra ormai conclusa, Churchill sa che è tempo di guardare avanti e di lasciare il suo segno negli anni a venire ponendo le basi per la costruzione dell’Europa post bellica. È un ricordo ancora recente la conferenza di Jalta (1945), in cui Churchill, Roosevelt e Stalin gettano i semi dell’Europa moderna, e la nascita della NATO (1949). L’ormai settantaseienne statista inglese pronuncia uno dei suoi tanti discorsi rimasti storici “The first duty of a university is to teach wisdom, not a trade; character, not a technicalities”.

Cervello giovane, cervello veccchio. Sarà un fatto di età anagrafica? Mmhh...non proprio. Escludendo patologie da quanto diremo, vedremo che l'età del cervello è più che altro un fattore di allenamento e di utilizzo, più che di vecchiaia in senso cronologico del termine. Certo gli anni pesano come su tutti gli altri organi, ne riducono elasticità e funzioni, ma in relatà quella scatola che abbiamo sopra il nostro collo ha talmente tante potenzialità che non sarà certo l'annetto in più a rappresentare un problema.

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