Può servire un percorso di coaching ad un professionista?

Il grande Zygmunt Bauman nel suo “Modernità Liquida”  scrive: “Il consulente di maggior successo è quello cosciente  del fatto che ciò che i potenziali fruitori dei suoi servizi desiderano ottenere è una lezione esemplificativa. Dato per scontato che la natura dei problemi è tale che possono essere affrontati solo su base individuale e superati solo tramite sforzi individuali, ciò di cui abbisogna chi chiede consiglio è un esempio di come altri uomini e donne alle prese con un problema simile, affrontano tale compito”  (Laterza Editori, 2011, p. 66).

Già, partiamo da qui. In realtà è ancora poco conosciuta in Italia la figura del coach quale consulente di processi decisionali, quale facilitatore del cambiamento, dello sviluppo. Mentre oltreoceano sono ormai da oltre vent’anni che tale figura supporta in ambito business e life individui e gruppi, in Italia gli unici coach conosciuti sono stati fino a pochi anni fa quelli sportivi. I mental coach, coloro che allenano i professionisti preparandoli alle loro migliori performance. Tennisti, nuotatori, calciatori, giocatori di golf hanno coach che li supportano nel generare stati d’animo e mentali potenzianti. Spesso tali coach non sono poi gli allenatori “fisici” o tattici, cioè coloro che seguono gli sportivi negli allenamenti e negli schemi di gioco. Già, perché come diceva Sun-Tzu, la vera battaglia è quella che combattiamo nella nostra testa. E’ lì che accade tutto. E’ lì che poniamo concretamente le basi per un successo o un insuccesso. Perché infatti in una partita un tennista non sbaglia un colpo e in quella dopo fa errori grossolani? Concentrazione, focus, allenamento mentale a sopportare stress, a generare vision e a sviluppare motivazione, tanta tanta motivazione. E’ su questi elementi che ha lavorato col suo coach. E’ su questo che si è preparato. Ha lavorato sui propri stati emotivi; ha imparato a riconoscerli; ha imparato a gestirli; ha imparato a modificarli. Ha lavorato sul dialogo interno, su ciò che lui stesso si dice, prima durante e dopo una gara. Ha imparato che lui stesso può essere il suo miglior alleato o il suo peggior nemico. Ha imparato che le d sono àncore di emozioni, di stati d’animo. Che non è la stessa cosa parlare di “problema” o di “sfida”. Non ha lo stesso impatto emotivo su di noi.

Così a poco a poco ha imparato a lavorare sulla linguistica, sui processi mentali che diventano abitudini, funzionali o disfunzionali. Ha imparato a farsi domande, invece di cercare risposte immediate. Ha imparato che il suo primo vero termine di confronto per migliorare è lui stesso. Ha toccato con mano che una volta “rotto il ghiaccio” il cambiamento è in discesa, non in salta come si vuol far credere. Già, perché se oggi riesco a fare solo dieci vasche in piscina, domani riuscirò a farne una in più perché sarò più allenato e dopodomani una ancora in più e così via. Ha imparato ad annullare le scuse, gli alibi. Ha imparato a prendersi le responsabilità delle sue azioni. Ha compreso che ogni novità e ogni cambiamento va fatto con baby step, per piccoli passi finchè diventano abilità, competenze, abitudini; poi si passa allo stadio successivo. Niente traumi, niente strappi.

Perché allora tutto questo non può valere per l’individuo, il professionista, l’imprenditore? Perché sembra ovvio, comprensibile, che uno sportivo si avvalga di un coach per prepararsi ad una gara, per strutturarsi, per comprendere meglio i propri schemi di pensiero e di azione? Perché invece per un imprenditore, manager o professionista appare ancora qualcosa di strano, di superfluo? Forse una risposta c’è: abitudine.

Negli Stati Uniti è assolutamente nel costume sociale avere un coach come consulente, con cui confrontarsi, pianificare strategicamente, allenarsi mentalmente ad introdurre novità e cambiamenti. Insomma, migliorare. E’ comune usarlo individualmente, è comune usarlo nei team.

Anche da noi la cultura del coaching è arrivata e sta portando una ventata di novità. Già, perché se condotto con professionalità ed etica, non potrà che apportare anche nel mondo dei professionisti, così come in quello aziendale, grandi benefici. Ricordiamoci, infatti, che prima di ogni altra cosa i cambiamenti e i miglioramenti sociali passano attraverso i cambiamenti culturali. Non attraverso le leggi. Non è creando il numero chiuso di accesso ad una professione che si risolve il problema. Non è reintroducendo le tariffe minime, oppure mettendo l’obbligo di un preventivo scritto. E non è certo con continui blitz della Guardia di Finanza in località più o meno famose a caccia di scontrini non battuti e di fatture non fatte che si eliminerà il problema dell’evasione, che è come rubare in casa propria. E’ innanzitutto una questione di mentalità, di abitudini, di innovazione culturale. La speranza è che di fronte a questo mutato scenario economico, sociale e politico, non solo italiano, una nuova mentalità più corale, più lungimirante possa portare un nuovo stile di vita, migliore per tutti. Prenditi cura del sistema e il sistema si prenderà cura di te. Se miglioro io, posso migliorare anche il mondo in cui vivo, che sia l’ufficio, l’azienda, la famiglia, la squadra, la città. In tutto questo la cultura del coaching può rappresentare una grande risorsa. Quando un giocatore è in formissima, tutta la squadra ne trae giovamento!

Buona domenica a tutti, quindi, e che il motto della nostra vita, giorno dopo giorno possa essere “continuo, costante miglioramento”, come suggerisce un grande coach come Anthony Robbins.

Bye bye

Mario Alberto Catarozzo



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