Come partire col piede sbagliato in un progetto

Fare o “provare a fare“? Già, questa prima scelta può fare la differenza nei risultati. Acquisire un nuovo modo di organizzare il tempo nelle attività professionali, cambiare le modalità di comunicazione dentro e fuori lo studio, conquistare nuove fette di mercato. Questi potrebbero essere solo alcuni obiettivi che un professionista oggi si può porre, insieme alla diminuzione dello stress. E così posso decidere nell’arco della giornata di inserire la passeggiata di mezzora post pranziate; oppure un’ora di palestra la sera prima di rientrare a casa, o ancora una regolata all’alimentazione per perdere qualche chilo. In tutti questi progetti, grandi o piccoli che siano, c’è un primo passo. Come dice un detto orientale “ciascuno parte da dove è”.

Ciò che sin da subito può fare la differenza è in che modo si parte, se col piede giusto oppure con quello sbagliato. Come? Beh, semplicissimo: basta dirsi “provo a” e sappiate che avete messo giù il piede sbagliato. Sì, perché se noi vogliamo davvero raggiungere un risultato, un obiettivo, dobbiamo innanzitutto porci una domanda cruciale: “cosa sono disposto a fare per ottenere quel risultato?”. Il primo test, cioè, è sulla motivazione che ci muove. Motivazione, infatti, si compone di motiv-azione, quindi ciò che ci spinge ad agire. Maggior motivazione=maggior probabilità di raggiungere il risultato. Inoltre quanto più l’obiettivo è temporalmente lontano, tanta più energia occorrerà, secondo un principio di proporzionalità che non ci lascerà a piedi sul più bello. Conoscete, per esempio, persone che hanno lasciato a metà gli studi? Ecco, salvo casi particolari, ciò che avete pensato è che non erano abbastanza motivati, convinti e che sul più bello si sono arenati.

Ho fatto pochi giorni fa un corso al CAI, il Centro Alpino Italiano, di una cittadina in Brianza sulla gestione delle emozioni in situazioni difficili. Ciò che mi raccontavano alcune guide alpine è che molti si iscrivevano al corso con motivazioni sbagliate, per esempio per conoscere gente, oppure con poca motivazione, “ma sì, mi farò delle belle passeggiate in montagna”, per poi trovarsi su una ferrata, oppure in cordata ed essere presi dal panico o voler tornare indietro perché troppo affaticati. Cosa distingueva – ci siamo chiesti – chi riusciva ad arrivare fino in fondo e completava il corso da chi non ce la faceva? Non capacità innate o abilità particolari, bensì motivazione, grinta, focalizzazione verso l’obiettivo.

Abbiamo trattato in un precedente post la focalizzazione dei felini e dei rapaci come un’abilità fondamentale per la loro sopravvivenza. Ebbene, anche per noi non è molto diverso. Se vogliamo davvero ottenere un risultato, il primo passo, dopo che ci si è chiariti le idee ed elaborato un piano di azione strategico che ci aiuti ad andare da dove siamo a dove vogliamo arrivare è focalizzarsi su un punto per volta e poi agire, fare! Se partiamo dicendoci (dialogo interno) “vabbeh provo a”, lasciate pure stare perché con buone probabilità sarà un fallimento. Questo innesca poi il meccanismo delle profezie autoavverantesi: “vedi che te lo avevo detto che non sarebbe andata bene?!”. Già, hai predisposto le cose perché andasse così, infatti. La focalizzazione e il desiderio di ottenere quel risultato agiscono come catalizzatore delle nostre energie. Come i felini, anche noi diventiamo delle molle compresse, cariche di energia, tutta orientata ad un solo obiettivo verso cui ci muoveremo “certi” del suo raggiungimento e non “proviamo a”, “speriamo che”.

Provate ad immaginare se un leone nell’atto di scattare fulmineo verso la preda pensasse tra se e se “mah, io ci provo, speriamo bene”. Cosa accadrebbe? Probabilmente tornerebbe a casa prima del tempo con la pancia vuota. E invece se potessimo entrare nella sua testa un istante prima dell’attacco probabilmente sentiremmo che si sta dicendo: “mo’ te magno”. Già l’obiettivo è già suo, è certo, dev’essere così!

In conclusione, per ottenere un risultato è fondamentale impegnarsi al massimo delle nostre possibilità, focalizzarsi su di esso come se già fosse nostro, pianificare strategicamente le mosse migliori, percorrere e ripercorrere mentalmente il tragitto che faremo e infine agire, passare all’azione senza più pensare, fare, fare, fare! Cosa fa un pugile? Prima si prepara prima al meglio, mentalmente e fisicamente; poi va sul ring per “fare” e portarsi a casa la vittoria. E picchia, picchia duro fino al gong che decreta una pausa. Lì recupera energie, e ritorna a pensare. Apporta qualche cambiamento, aggiusta la tecnica e riparte per il secondo round. Il pensiero va all’angolo e lo aspetta per la seconda pausa, ora si agisce!

A presto e…Buona Pasqua a tutti!

Bye bye  

Mario Alberto Catarozzo



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