Conoscenza e innovazione: come avviene il cambiamento?

Dove si creano le informazioni? Dove vengono memorizzate e immagazzinate? Ogni qual volta noi facciamo un’esperienza nuova, creiamo fisicamente nuove connessioni (migliaia) tra neuroni ed è in questi circuiti che viene costruita e conservata l’informazione. Più utilizziamo questi circuiti ripetendo l’informazione, più le vie neuronali dedicate a quell’informazione si consolidano e ingrandiscono

rendendo più veloce la trasmissione elettrochimica dell’informazione al loro interno. La conseguenza è che per un principio di economicità il cervello tenderà ad utilizzare queste vie con precedenza sulle altre, perché più veloci e man mano l’uso di questi schemi di pensiero e di azioni diventa talmente veloce, automatico e inconscio da diventare un’abitudine.

Ulteriore conseguenza è che le vie neuronali poco e per niente utilizzate tendono ad “atrofizzarsi” fino a scomparire.

Da queste considerazioni si capisce perché, se si vuole modificare un comportamento o un modo di pensare, bisogna agire creando un’alternativa di pensiero o comportamentale in modo che da quel momento in poi si focalizzi l’attenzione su quella nuovo schema. Così facendo il nuovo schema di pensiero e comportamento diventerà sempre più efficiente e automatico e il vecchio si atrofizzerà fino a scomparire. Il cambiamento ha, dunque, oltre ad una spiegazione di tipo psicologico, una ragione di tipo neurologico: ogni qual volta impariamo qualcosa di nuovo letteralmente “accendiamo” nuove aree del cervello e creiamo nuove connessioni modificando il cervello, è questo il fenomeno della plasticità neuronale. Gli studi dell’ultimo decennio hanno dimostrato che non è vero, come si pensava un tempo, che i neuroni tendono a morire senza rigenerarsi. Come altre cellule, anche quelle neuronali si rigenerano nell’arco della vita. Quindi il decadimento delle funzioni cerebrali non è dovuto ad un numero inferiore di neuroni quanto ad altre ragioni. Escludendo i casi di patologie, la principale ragione risiede nel fatto che gli adulti, a differenza dei bambini, invece di essere curiosi e cercare nuove esperienze, guardare il mondo con meraviglia e attenzione per apprendere, cercano di fare esattamente l’opposto. L’adulto creatosi delle abitudini cerca di vivere all’interno di esse, cerca di ripetere le stesse movenze, comportamenti e schemi all’infinito. Questo per pigrizia, per economitià di risorse che con l’età cominciano a scarseggiare e per paura della novità. Il mantenersi all’interno del “conosciuto” ha anche questo aspetto psicologico di “andare sul sicuro”, quindi di lenire l’ansia dell’ignoto.

E invece è proprio nella novità, nel cambiamento, nelle nuove conoscenze, nelle nuove esperienze, nella capacità di mantenere gli occhi freschi e il cuore aperto alla meraviglia di ogni giorno che ci si mantiene giovani e vitali. E’ il vero allenamento della nostra mente.

Tornando alle vecchie abitudini, quanto sopra spiega  la ragione per cui  non si possono perdere vecchie abitudini e comportamenti se ci si concentra su quelli dicendo cosa NON si vuole fare. Più si parla di ciò che non va e non piace e più si rinforzano i relativi collegamenti alla base del comportamento. A ciò si aggiunga che il nostro cervello non processa (o lo fa in ritardo) le negazioni, per cui ciò che resta è il comando sottostante inconscio.

Così dire “non preoccuparti”, “non fare quella cosa”, non voglio quella cosa”, “non pensare così”, “non voglio più essere grasso”, “non voglio più fumare” ecc. è sbagliato, anzi controproducente.

E con questo anche per oggi vi saluto.

Bye bye

Mario Alberto Catarozzo

 @MarAlbCat



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