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Cretino sarà lei!

 

In un post precedente abbiamo parlato della paura del fallimento che frena le nostre scelte più di quanto non le supporti il desiderio del successo. Ora possiamo fare un passo avanti per vedere che ancora di più a frenarci è la paura di apparire dei falliti agli occhi degli altri, il timore di fare la figura del cretino, dell’incapace. Questo è il vero timore che si agita nei nostri animi quando siamo lì lì per fare una scelta e titubiamo. Insomma apparire dei perdenti non piace a nessuno ed è sul crinale di questo timore che la vera natura di ciascuno salta fuori.

E se mia moglie penserà che sono un imbecille? E se il mio capo penserà che sono un incapace? E se i miei amici rideranno di me? Mmhh, meglio non agire, meglio rimanere immobili, meglio non parlare, manteniamo la posizione e salviamo l’apparenza. Ecco, questo imbarazzo è quel diavoletto fetente che come un orecchino ci portiamo appeso ai lobi e che farfuglia in continuazione insinuazioni che ci mettono in allerta. Ad ogni sussurro scattano nella nostra mente oleati meccanismi psichici, la cui colonna sonora è la paura della ridicolizzazione, dell’abbandono dell’umiliazione. Da qui nasce, per esempio, la paura di parlare in pubblico, il timore di salire sul palco. Va ricordato che tutti questi timori che ci accompagnano richiedono necessariamente almeno la presenza di due persone: noi e un altro che esprima il giudizio su di noi. Quando camminando non vediamo una porta a vetri e rovinosamente ci sbattiamo contro, la nostra mente viaggia più che sul dolore fisico in sé della craniata appena presa, sull’idea di essere derisi da chi ci ha visto nella nostra performance alla Mr Bean. E’ cme se di craniate ne prendessimo due: una fisica e una mentale. Nei miei corsi per Mediatori Familiari, la paura più grande dei partecipanti si rivela al momento delle riprese video delle simulazioni di mediazione: chi diventava rosso tacchino, chi comincia a sudare come nell’Aereo più pazzo del mondo, chi si fa piccolo picollo sulla sedia per scomparire e non essere chiamato. Insomma l’imbarazzo nell’essere ripresi, visti e sentiti da tutti, in ciascuno prendeva la sua forma preferita. Se poi l’attenzione di migliaia di persone è su di noi, ah beh allora il tutto è decuplicato. E’ quello che accade al calciatore che deve tirare il calcio di rigore. Il pensiero disturbante, prima del tiro, non è dove tirerò, come lo calcerò, ma: “e se sbaglio che figura di merda ci faccio?”.

Ok. Ma da dove ha origine questa paura del giudizio altrui? Allora per risalire alla fonte, come da un fiume che nasce ruscello, dobbiamo fare un po’ di strada e come i salmoni tornare  da dove siamo venuti, o meglio al periodo della nostra adolescenza. E’ lì che si è formato questo senso tipicamento egotico di se stessi come il centro dell’attenzione altrui. E’ lì che ci siamo convinti che tutti ci guardavano e quindi ci giudicavano. E’ da lì che ci portiamo dietro l’idea, tipicamente adolescenziale appunto, di interessare agli altri come interessiamo a noi stessi. Ma nella realtà è così? Andiamo a vedere. Mumble mumble mumble…no! E’ l’ennesima falsa credenza che ci portiamo dietro. Gli altri non sono per nulla così focalizzati su di noi perché a loro volta sono troppo focalizzati su se stessi! Sono altrettanto preoccupati di non fare loro la figura del cretino in giro. E allora si forma nel tempo una comunità di individui tutti egocentrati nel timore di far trasparire difetti, debolezze, stranezze con cui ciascuno si è abituato nel tempo a convivere, ma che si guarda bene di far trasparire all’esterno.

Ricordo ancora gli anni in cui giocavo a basket, all’epoca del liceo, in cui il mio allenatore, che aveva il tatto di un ippopotamo incazzato, per caricarci alla partita ci atterriva richiamandoci il timore della figuraccia conseguente alla sconfitta del match. Ora posso dire “grazie, sei stato un bel pirla, più di così non ci potevi complicare la vita, hai fatto tutto quello che non andava fatto con degli adolescenti, ti manderò la parcella del mio psicologo!”.

La paura del ridicolo è ciò che condiziona più d’ogni altra paura le nostre scelte. Questo nel vestire, nel parlare, nel partecipare, nel cambiare. Lo shopping, o meglio, il neuroshopping di cui abbiamo parlato, lo sa bene e su questo ci gioca sopra. I nostri acquisi sono indirizzati all’immagine che vogliamo trasmettere, non all’utilità che hanno per noi.

A quanti di noi non è capitato di comporre una poesia, di scrivere una canzone, di dare due pennellate su una tela? E quanti di questi hanno condiviso il risultato? Mmhh anche qui mi viene da pensare…pochi! E perché? Vergogna. Di che? Di essere derisi. Ma allora i poeti, i pittori, i musicisti come fanno? O meglio, come hanno fatto all’inizio, perché è facile – direte voi – fare il pittore se i tuoi quadri piacciono e vendono. Grazie, ma anche loro hanno avuto un inizio, hanno dovuto rompere il ghiaccio, sono dovuti passare sotto le forche caudine del giudizio altrui quando erano degli emeriti sconosciuti e il rischio di essere derisi era alto. Eppure ce l’hanno fatta, hanno avuto questo coraggio. Hanno avuto la costanza di superare i momenti down, di rialzarsi dopo la prima esposizione in cui non è andato neanche il loro amico più caro, di non demordere perché credevano in sè, perchè sospinti dalla passione, dalla vision, da un obiettivo.

Insomma, tutti coloro che ce l’hanno fatta non hanno probabilmente ne più ne meno delle nostre stesse capacità (esclusi i veri geni che la natura ha baciato in fronte alla nascita; Mozart che suonava a 4 anni il clavicordo e componeva minuetti era decisamente uno di questi). La differenza risiede in un piccolo ma fondamentale particolare collocato in qualche punto della loro testa. E cioè costoro hanno capito una cosa: hanno capito che il loro successo doveva passare necessariamente dall’anticamera dell’insuccesso e quindi del ridicolo e dell’imbarazzo. Hanno capito in definitiva che per ottenere ciò che vogliono devono accettare il rischio di fare una grande figura da imbecille.

Qualche nome per tutti: Enzo Ferrari, Steve Jobs, Galileo Galilei, Freud, Leonardo da Vinci, Picasso. Tutti geni. Sì, ma quanti sanno che prima di essere considerati geni furono considerati folli e prima ancora furono derisi e additati come fuori di testa. Per restare nei nostri tempi, molti personaggi poi divenuti famosi hanno ricevuto sonanti porte in faccia prima di trovare qualcuno che credesse nei loro progetti, nelle loro idee e ci investisse sopra. Cosa hanno più degli altri? Beh sicuramente la grinta, la forza di volontà di non arrendersi, di non demordere, di rialzarsi  e ripartire, di credere fortemente in se stessi e di accettare come scotto da pagare nel percorso verso il successo tanta tanta paura di fare figuracce.

Buona giornata e approfittatene oggi stesso per recuperare quell’idea nel cassetto che a tutti apparirà stravagante, cosa vi costa e soprattutto cosa vi importa di cosa pensano gli altri?

Bye bye

Mario Alberto Catarozzo



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