Crisi, cambiamento e miglioramento

 

Il 2011 sarà ricordato per una parola: crisi. Penso che sia stata la più utilizzata in assoluto. Dalla colazione al pranzo alla cena questa parola ha scandito le nostre giornate. Ma che vuol dire? Etimologicamente crisi viene dal greco crìsis=separo. Indica la situazione che separa un modo di essere da un altro, o più in generale, un cambiamento improvviso, veloce. Di solito lo stato di crisi crea disagio proprio per la velocità con cui si verifica il cambiamento a cui l’organismo fa fatica ad adattarsi per riportare l’omeostasi, l’equilibrio. Lo stato di crisi è ciò che precede decisioni importanti e importanti cambiamenti. E qui ci spostiamo su un altro termine: cambiamento.

Il cambiamento è vita, noi cambiamo in continuazione anche se non ce ne accorgiamo e non lo decidiamo. Il cambiamento è insito nel movimento naturale delle cose, nello scorrere della vita, nella crescita. Si cambia fisicamente, psicologicamente, culturalmente. Ogni giorno, ogni minuto avvengono in noi e intorno a noi continui cambiamenti. Quindi questa parola che crea in molti paura o preoccupazione, attivando meccanismi di “resistenza al cambiamento”, non indica altro che un processo naturale e sempre in atto.

Poi passiamo alla terza parola chiave di oggi: miglioramento. Ecco, qui entriamo in un altro campo, quello della scelta di che direzione imprimere alla nostra vita. Cambiare e migliorare non sono la stessa cosa. Se tutti cambiamo in continuazione, pochi migliorano. Quindi si può cambiare migliorando e si può cambiare peggiorando. A noi la scelta. Il miglioramento indica una crescita, l’acquisizione di nuove competenze, capacità, conoscenze. Migliorando noi stessi miglioriamo l’ambiente in cui viviamo, abbiamo da trasmettere a chi ci sta accanto cose nuove, possiamo creare nuove relazioni, modificare quelle esistenti e così prendere in mano la nostra esistenza per condurla nella direzione che più ci piace. Il miglioramento implica una scelta alla base: voler migliorare se stessi, voler capire, voler fare un passo in avanti verso noi stessi, prima di tutto, in modo attivo e non passivo. E’ il miglior investimento che possiamo fare, altro che lingotti d’oro.

Provate a pensare a quando eravate bambini. Poco dopo aver acquisito la facoltà di parlare, affascinati da tutte le novità che il mondo ci proponeva, continuavamo a ripetere “perché?“, per la gioia dei nostri genitori che al trentesimo perché cominciavano a sbuffare. E chi oggi è a sua volta genitore ha attraversato la fase dei perché dei figli. Certo, da piccoli ci si chiede “perchè” per scoprire, per conoscere; siamo delle spugne da bambini che assorbono informazioni. Poi si cresce e si diventa dolescenti. Quei perché assumono un nuovo significato: “perché no?“. Si diventa ribelli e vogliamo capire perché non possiamo fare quella cosa, non possiamo andare in quel posto, non possiamo tornare tardi la sera. E’ la fase della rottura degli schemi imposti e non solo (chi ha figli adolescenti sa bene di che rottura parlo). Poi si cresce ancora, si lavora, ci si sposa, si mette su casa e ci mettiamo sul divano la sera e i perché diventano “perché l’hai fatto?“. Eccoli qui, i perché accusatori. Nelle relazioni, a casa, in ufficio, con gli amici, chiediamo perché col tono di giudizio del comportamento altrui. Sono i perché che immobilizzano. Perché non studi; perché ti vesti così; perché rispondi male; perché non mi guardi quando parlo; perché ti sei dimenticato la scadenza. Vi ricorda qualcosa?

Ma torniamo bambini un’altra volta. Da bambini cercavamo altri bambini per giocare con loro. Ci piaceva confrontarci, imparare, copiare, ridere, scherzare e crescere insieme. Le diversità erano superate in un batti balen: due minuti di imbarazzo per cogliere le differenze e poi…tutto alle spalle, siamo tutti uguali e ora si gioca!

Poi siamo cresciuti e abbiamo cominciato a cercare più spesso chi condividesse le nostre passioni, le nostre aspirazioni e desideri da ragazzi. Calcio, sport, musica, cinema, concerti, gioco. Ma ancora le differenze non rappresentavano un problema insormontabile, con un po’ di confronto si appianava tutto e si stava insieme!

Poi siamo diventati adulti, quelli maturi. Da lì in poi abbiamo cercato solo di circondarci di chi la pensa come noi, politicamente, calcisticamente, ideologicamente. Abbiamo cominciato a circondarci preferibilmente di chi ci da ragione, di chi non ci crea problemi con cui misurarci. Insomma, abbiamo cercato di creare e mantenere lo status quo. All’interno di questo quadro capite bene che qualunque spinta verso il miglioramento di noi stessi deve superare non solo la cosiddetta “zona di comfort”, che ciascuno si crea, ma deve abbattere anche le barriere rappresentate dalle abitudini, dalla pigrizia, mentale e fisica, e dall’esperienza accumulata negli anni. Ma sì dai, quella che molti bonariamente chiamano saggezza. E invece cos’è? Spesso non è altro che una spessa incrostazione di comportamenti involontari ripetuti milioni di volte e a che siamo restii a modificare. E la cosa più bella è che il più delle volte non sappiamo neppure perchè li teniamo, dove hanno origine e…se ci servono a qualcosa!

La crisi, su costoro, è come la criptonite per Superman. Li atterrisce, perché li costringe a fare ciò che non sanno fare: reinventarsi, muoversi verso, decidere come cambiare e perché no, come migliorare.

Se il 2011 è stato l’anno della crisi, sta a noi decidere di rendere il 2012 l’anno del miglioramento di noi stessi, del nostro ambiente e del mondo intero che noi, come una piccola cellula in un corpo, contribuiamo a comporre. Non cerchiamo più scuse, non possiamo decidere di cambiare il mondo, ma possiamo decidere di migliorare noi stessi, che a sua volta cambierà il mondo, almeno quello in cui viviamo.

Per aspera ad astra! Buon viaggio.

Bye bye.

Mario Alberto Catarozzo



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