Due passi nel Coaching (parte II)

Con il post di ieri abbiamo mosso i primi passi nel mondo del coaching, in modo da dare le prime informazioni a chi non ha avuto ancora il piacere di conoscerlo. Addentriamoci ora nella seconda parte di questo percorso.

Come si attiva un percorso di coaching? Tutto comincia con un primo incontro conoscitivo tra coach e coachee. Questo incontro è gratuito, ha una durata solitamente breve, da una mezzora a un’ora ed ha funzione conoscitiva per entrambi. Per il coach, serve per avere chiarimenti sulle aspettative del cliente e un quadro della situazione di partenza.

Per il cliente (coachee) è utile per capire le caratteristiche dell’intervento del coach e quindi stabilire se è ciò che fa al caso prorprio oppure no. Se la decisione comune è di proseguire nel percorso si fissa un incontro chiamato intake session che ha la funzione di porre le basi del percorso stesso, di stilare un programma di azione e di definire una tempistica di massima, nonché il costo. A questo proposito diciamo che non esistono tariffe ufficiali di coaching, esse variano in base all’esperienza del coach e alla tipologia di coaching. Può essere concordata una cifra a forfait per l’intero percorso – ciò è quanto accade nel corporate e nell’executive coaching, in cui il coach presenta all’azienda un impianto di coaching che l’azienda (solitamente l’ufficio del personale) dovrà approvare. Oppure si concorda la tariffa a sessione. Ciascuna sessione può durare dall’ora e mezza alle tre ore, a seconda delle situazioni e delle valutazioin del coach.

Rimanendo sul generale, il primo incontro si caratterizza per l’analisi dei bisogni che ciascun coach farà con gli strumenti che riterrà più opportuni: somministrazione di questionari (assessment), colloquio con uso del metamodello, ruota della vita ecc. Vengono quindi definite le aspettative del cliente e fissati i risultati da raggiungere con le relative tempistiche di massima.

Negli incontri successivi che, come si è visto nel post precedente, si sviluppano solitamente secondo lo schema VERIFICA > DEFINIZIONE OBIETTIVI > PIANO DI AZIONE, si procede definendo l’ordine delle priorità tra gli obiettivi, quindi ci si focalizza su un obiettivo alla volta. Buona prassi è dividendere in sotto-step, step intermedi, quelli che comunemente vengono chiamati baby step, gli obiettivi importanti. Il principio, semplice, ma troppo spesso non applicato, è che alcuni obiettivi sembrano irrangiungibili se visti nel loro complesso e ciò blocca psicologicamente il soggetto, mentre piccoli obiettivi spossono essere raggiunti da tutti e il loro raggiungimento rappresenta un rinforzo emotivo a continuare sul percorso. Si lavora dunque sulla progressione e sulla motivazione. Compito del coach sarà proprio aiutare il cliente ad individuare gli obiettivi “ecologici”, cioè realmente in linea con i propri valori e credenze, suddividerli in sotto-obiettivi più facilmente raggiungibili e verificare la loro realizzazione con relativo feedback.

A ciò si aggiunga che con l’ausilio del coach il cliente riesce a definire sin da subito gli ostacoli al raggiungimento degli obiettivi stessi e le risorse necessarie; di queste si procederà ad identificare quelle già in possesso del cliente e quelle necessarie da acquisire. Se, per esempio, il mio obiettivo è cambiare azienda ed entrare in una multinazionale, una risorsa necessaria potrà essere la conoscenza fluente della lingua inglese. Laddove non sia già in possesso del cliente questa risorsa il piano di azione dovrà contemplare anche come e in che tempi acquisirla per poi poter procedere verso l’obiettivo principale.

Infine, il compito del coach sarà quello di spronare il cliente all’azione, subito, senza esitazioni e scuse e di mantenere alta la motivazione fino al raggiungimento del traguardo fissato. Per alcuni, infatti il vero problema è muovere i primi passi, uscire dalla zona di confort in cui si trovano, ma poi intrapreso il percorso procedono speditamente. Per altri, invece, il problema è mantenere la costanza e la motivazione necessarie per non perdersi per strada. Quanti di noi, infatti, hanno cominciato con buoni propositi la palestra e poi l’hanno abbandonata dopo poco? Quanti hanno interrotto gli studi per mancanza di grinta e di motivazione a portarli a temine? Quanti, al contrario, fanno tanti buoni propositi all’inizio dell’anno, di mettersi a dieta, di smettere di fumare, di riprendere a studiare una lingua straniera e poi tutto finisce lì, come un desiderio sussurrato nella propria mente che non ha mai visto un’azione concreta?

Perché? I motivi possono essere tanti: mancanza di chiarezza su ciò che si dersidera davvero, mancanza di capacità di fissare degli obiettivi precisi, mancanza di risorse, mancanza di fiducia in se stessi, mancanza di vision e quindi di capacità di vedere la direzione in cui muoversi, mancanza di motivazione vera, quella che di fronte alle difficoltà non ci fa abbandonare né abbattere ma ci dice di tener duro e andare avanti.

Ecco, tutti questi sono i livelli e i temi su cui si lavora in un percorso di coaching per rinforzarsi e recuperare quelle forze ed energie che tutti abbiamo e spesso non sappiamo come attivare e in che direzione.

Vi saluto con la famosa frase di Henry Ford (sì lui, quello delle automobili americane): “Che tu creda di farcela o di non farcela avrai comunque ragione“.

E’ nei nostri pensieri la forza dei nostri risultati.

Mario Alberto Catarozzo



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