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Il potere delle idee

La mattina del 1° dicembre 1955, a Cleveland Avenue, Rosa Louise Parks sale su un autobus di Montgomery in Alabama e si siede. Un gesto apparentemente insignificante, comune, quotidiano. Quello però era un posto per bianchi e Rosa Parks non lo era. Quel gesto cambierà l’America. Il conducente, che la sorte volle che si chiamasse nientemeno che James Blake, la invitò ad alzarsi e a cedere il posto ad un bianco. Rose lo guardò e, stanca di arrendersi, rispose ne più ne meno come sessantadue anni prima (nel 1893) aveva risposto il giovane avvocato Mohandas Karamichad Gandhi, invitato a spostarsi in treno dalla prima alla terza classe (riservata agli indiani come lui) e per questo sbattuto sulla banchina dalla polizia. Quella notte cambiò la storia della più grande colonia inglese, l’India. Cinquanta anni dopo, il 15 agosto 1947, ne fu proclamata l’indipendenza. Il sogno del Mahatma Ghandi si era avverato.

Rosa Parks non si alzò alle richieste del conducente, lei – disse – aveva pagato il biglietto come tutti gli altri. La polizia arrivò e fu arrestata. La storia aveva preso il suo corso, il seme della più grande lotta per la difesa dei diritti civili era stato gettato. Quella stessa notte i leader della comunità afro-americana guidati dall’allora sconosciuto reverendo Martin Luther King, solo ventiseienne, si riunirono per decidere le azioni da intraprendere ed ebbe inizio la protesta pacifica, a tratti violenta, che portò 381 giorni dopo all’abolizione delle leggi sulla segregazione razziale grazie ad una decisione storica della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. Rosa Parks rimane tutt’oggi emblema della lotta per i diritti civili; gli ultimi due presidenti americani ne hanno celebrato il gesto di coraggio “un gesto che ha contribuito a migliorare l’America” ha ricordato George W. Bush in occasione della sua morte (2005) e ancora prima, nel 1995, fu il Presidente Bill Clinton ad insignire la signora Parks della Medaglia Presidenziale della Libertà dichiarando che con il suo gesto aveva “dato inizio al più grande movimento sociale nella storia americana”.

La ricorda bene anche Ann Nixon Cooper, 106 anni, di Atlanta, Georgia, anche lei spettatrice di un secolo eccezionale, dove cose impensabili prima sono accadute dopo, alcune terribili, altre fantastiche: due guerre mondiali, il primo uomo sulla Luna, l’abolizione delle discriminazioni razziali, la caduta del muro di Berlino, la fine dell’apartheid in Sudafrica, e poi la radio, la televisione, il mondo in internet. Lei non ha ancora mollato, “non ho tempo per morire” aveva dichiarato in un’intervista alla Cnn e la mattina del 4 novembre 2008 si è recata ai seggi per votare il democratico Barack Obama, il primo Presidente afroamericano della storia Usa. Il neo Presidente non poteva non renderle omaggio nel suo primo discorso ricordando che negli anni in cui è nata la centenaria signora lei non avrebbe avuto diritto al voto “perché donna e per il colore della sua pelle; Ann è nata solo una generazione dopo la schiavitù – continua il discorso di Obama – un tempo in cui non c’erano macchine sulle strade o aerei nel cielo; quando qualcuno come lei non poteva votare”.

Ricordiamolo, fu Abraham Lincoln, sedicesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, ad abolire ufficialmente la schiavitù il 1° gennaio 1863, anche se il senso di tale atto fu più politico che umano, più strumentale che idealista. All’epoca era davvero impensabile, troppo anche per Lincoln. Rimase il divieto di mescolare le “razze” pena il reato di “miscegenation”, mescolanza razziale, il papà di Obama avrebbe rischiato grosso se fosse nato solo una generazione prima.

“Yes we can” è stato il motto della campagna elettorale del primo presidente afro-americano. Riecheggiano in questa cantilena i sermoni del reverendo Martin Luther King. Il primo discorso a Chicago del quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America è deciso, vecchio stile patriottico e rende ragione delle lacrime dei neri venuti dal ghetto di South Side, dei singhiozzi strozzati di Jesse Jackson che quarant’anni prima (4 aprile 1968) aveva assistito all’assassinio del reverendo King e nei cui occhi gonfi dall’emozione ancora oggi si leggono le parole “I have a dream”; rende tributo alle preghiere dei migliaia che hanno aspettato l’esito del voto pregando sulla tomba di Martin Luther King, della gioia di bianchi, neri, ispanici che nei bar, nelle piazze, nelle chiese hanno cantato, ballato, fatto festa, perché è con oggi che davvero si compie il miracolo americano. Chi conosce la storia di questo Paese sa leggere la commozione che trapela dai discorsi del reverendo Raphael Warnock in ricordo del premio Nobel per la pace (1964) Martin Luther King: “Sono stato in cima a una montagna e da lì ho visto la terra promessa”, disse il reverendo King la notte prima del suo assassinio, “questa notte – continua il reverendo Warnock – abbiamo toccato con mano l’America promessa”. “Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita che l’America sia un posto dove tutte le cose sono possibili; che ancora si chiede se il sogno dei nostri padri fondatori è vivo ai nostri giorni; che ancora si pone domande sul potere della nostra democrazia, stasera è la risposta” – tuona nella notte di Chicago il discorso del neo Presidente Obama – la risposta data da vecchi e giovani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, eterosessuali, disabili e non disabili”. È la risposta dell’America quarantacinque anni dopo la strage della Sixteen Street Baptist Churc a Birmingham in Alabama, dove una bomba del Ku Klux Klan il 15 settembre 1963 spense la vita di quattro bambine afroamericane condannandole ad avere per sempre quattordici anni. È per loro il documentario “4 little girl” di Spike Lee, tra i più bei documentari-memoria mai girati, tanto da meritarsi una nomination all’Oscar nel 1998, è per loro l’indimenticabile e straziante “Alabama” di John Coltrane, uno dei più grandi sassofonisti della storia del jazz. Denise, Cynthia, Addie e Carole non c’erano il 4 novembre 2008 a votare il loro presidente, ma sicuramente erano nei pensieri e sulle gambe dei migliaia in fila per dare un volto al cambiamento. Barack Obama quel giorno del lontano 1963 aveva due anni e nessuno mai al mondo avrebbe neppure osato immaginare allora che quarantacinque anni dopo un candidato alla Casa Bianca afro-americano avrebbe vinto perfino lì, in Alabama, in uno degli stati più razzisti di tutta l’America.

Sono da questi piccoli passi di uomini e donne che con la loro vision, la determinazione che deriva dal credere ardentemente in ciò per cui si lotta l’umanità ha fatto passi da gigante.

Vision, determinazione, passione, amore per il senso della vita è ciò che non dovrebbe mai abbandonare il cammino dell’essere umano nel suo breve viaggio su questa terra, che non ci è data in eredità dai nostri padri, ma in prestito dai nostri figli.

Buon lunedì a tutti.

Bye bye

Mario Alberto Catarozzo



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