La notte dei cristalli

 

A volte basta una parola. A volte una piccola espressione è sufficiente e funzionale a rappresentare un evento, con tutta la sua storia al seguito.

La notte dei cristalli fu quella tra il 9 e il 10 novembre 1938, in cui i nazisti distrussero oltre 7500 negozi ebraici, bruciarono templi e sinagoghe. La ferocia antisemita che avrebbe condotto alla “soluzione finale”, frutto della follia dell’olocausto, aveva avuto inizio.

La storiografia la ricorda così, per il numero impressionante di vetri infranti in una sola notte. E così, a distanza di oramai oltre settant’anni, basta pronunciare questa frase composta da 4 parole per far recuperare, nella propria mente, lo svolgimento dei fatti, che come un racconto di srotolano nella memoria.

Perché ne parliamo oggi in questo post? Perché desidero raccontarvi l’importanza delle “nominalizzazioni”, cioè della capacità di sintetizzare con un’etichetta, un nome o una breve espressione un intero evento, un contenuto ben più articolato. Così facendo diamo una mano davvero importante alla nostra memoria, quindi alla possibilità di recuperare con maggior facilità in futuro l’informazione con tutti i dettagli che essa contiene.

Se ci fate caso questa tecnica è quella che viene utilizzata dagli investigatori e dalle forze di Polizia quando devono condurre un’operazione a cui danno un nome (per esempio, “mani pulite” per tutti rappresenta un’operazione giudiziaria e un periodo del nostro Paese con fatti, situazioni, episodi). Tutto racchiuso in 2 parole. Si può fare ancora meglio. Non solo sintetizzare un intero episodio in una parola, ma colorare la parola scelta con una forte carica emotiva che come un’àncora servirà  a richiamare non solo i fatti, ma anche le emozioni e gli stati d’animo ad essa legati; oppure, servirà a sollecitare un certo stato d’animo che vogliamo assumere o far vivere. Così è stato nel 1990 quando il comandante Schwarzkopf guidò la Guerra del Golfo contro l’Iraq. All’operazione fu dato un nome simbolico di forte impatto emotivo: Desert Storm, Tempesta nel deserto. Fu la prima guerra dal forte impatto mediatico, combattuta per terra, aria e…in televisione. Queste due parole hanno dato subito l’idea di cosa sarebbe accaduto di lì a poco sul suolo e nei cieli del Golfo Persico. Un attacco massiccio, martellante, incessante, ubiquo, come sa essere una tempesta, appunto.

Se pronuncio la parola Waterloo, a tutti noi viene in mente Napoleone, la sua grande sconfitta e l’inizio della sua caduta. Così, al solo nome Baia dei Porci, la mente va a Kennedy, alla terza guerra mondiale sfiorata per un pelo, Cuba, i missili russi puntati, ecc. ecc.

Nominalizzare, dare etichette sotto cui raccogliere (oggi i ragazzi parlerebbero di “zippare”) interi eventi è una vecchia arte, ma spesso se ne sottovaluta l’importanza e non ci si sofferma a sufficienza a sviluppare questa capacità. Può tornare utile nello studio per i ragazzi, per i professionisti nell’attività professionale, per i manager durante le riunioni. Saper creare nomi, etichette o brevi frasi che sintetizzino un contenuto è un’arte utilissima per aiutare la nostra memoria, per catalogare contenuti e recuperarli con grande facilità all’occorrenza. Persino la psicoterapia cognitivista comportamentale utilizza questo meccanismo quando vuole trasmettere un nuovo schema mentale da applicare di fronte ad un sintomo: sintetizzare il nuovo schema in una parola servirà al bisogno per recuperare immediatamente l’intero schema richiamando solo la parola che lo rappresenta.

Le diverse tecniche di memoria applicano, tra l’altro, il principio della nominalizzazione. Così anche le mappe mentali e le mappe concettuali – che si fondano sulla capacità di sintesi – trovano i loro mattoncini proprio nelle nominalizzazioni.

Provate a pensare quanto possa essere utile per un avvocato penalista che deve sostenere un’arringa crearsi una mappa mentale di ciò che dovrà dire in udienza, fissando i punti focali, l’ordine in cui dovrà esporli, i richiami che dovrà approfondire. Pensate l’importanza che questa tecnica può avere in una riunione, in un discorso pubblico, in un incontro col cliente.

Io come formatore utilizzo moltissimo questa tecnica, perché mi permette di avere un canovaccio di contenuti da affrontare in aula, senza il rischio di perdermi o saltare punti importanti.

Anche nel nostro dialogo interno – di cui abbiamo già parlato in  un post precedente – assume un ruolo importantissimo la capacità di nominalizzare. Pensate cosa vuol dire saper ancorare (tecnicamente indica “legare a”) un nostro stato d’animo ad una parola. Pensate, nel momento in cui ci troviamo in difficoltà, poterci dire nella nostra mente una parola che ci faccia sentire meglio, che ci dia carica, grinta, energia. Che so, la parola libertà, per esempio, non indica un qualcosa di fisico, un oggetto, ma una condizione, uno stato d’animo, una sensazione. Chi l’ha conquistata sa bene di cosa parlo. Bene, la prossima volta che il vostro capo vi fa sentire una merdaccia ripetetevi questa parola nella vostra testa, LIBERTA’! Osservate cosa vi succede e…rispondetegli come merita!

Un caro saluto a tutti.

Bye bye

 

Mario Alberto Catarozzo



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