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Motivazione e passione per far muovere il mondo. Da sempre

Crisi, paura, mancanza di vision, oggi sembra che il mondo intero abbia perso una direzione, sembra che quel benessere a cui molti (troppo pochi a dire il vero rispetto all’intera umanità) si erano abituati possa venir meno e questo terrorizza. Ci si focalizza su ciò che si può perdere. Ci si concentra su ciò che non si potrà più avere, forse. Si parla solo in negativo. Si usano parole pesanti, echi di animi appesantiti. Ma com’è stato in passato? Cosa avevano davanti i nostri nonni e bisnonni? E se andiamo ancora più indietro cosa ha fatto in modo che la civiltà progredisse se non le crisi, o meglio, le soluzioni alle crisi?

Chi se non personaggi unici, piovuti dalla provvidenza, hanno fatto balzare in avanti società che si sarebbero altrimenti per sempre crogiolate nel comfort del momento, in quello che lì, in quel preciso istante, sembrava l’unica civiltà possibile. E allora riprendiamo la passione, il coraggio, l’umanità, l’ardore, la sfrontatezza di chi ci ha preceduto perché sapeva che il mondo che aveva in mano in quel momento era non in eredità dagli antenati ma in prestito dai propri figli, dalle generazioni a venire. Cosa è accaduto in Italia un secolo fa? Ve lo ricordate?

Fine Ottocento, quasi Novecento, è l’epoca delle navi fumose, transatlantici ricchi di umanità, che solcano gli oceani  lasciando nella scia dolore e speranze di chi gettava il cuore al di là dell’orizzonte per una rivalsa alla propria esistenza fatta di stenti e rinunce. È l’epoca di mio nonno, dei nostri nonni; è l’epoca delle guerre che solcavano l’Europa, di quella terra lontana al cui orizzonte un sole diverso sorgeva per tutti quelli che volevano vederlo e almeno una volta nella vita poter dire “ci ho provato”. Quella terra, l’Argentina, ancora accoglie i miei zii; tutti noi abbiamo avuto prima o poi uno zio in Sud America, lo scotto da pagare per essere italiani, emigranti di prima o di seconda generazione, ma pur sempre emigranti. Un continente insaziabile quello, immenso e generoso, l’ultima tappa della speranza di un futuro quantomeno dignitoso se non felice. Erano gli anni in cui si costruiva Buenos Aires, la Capital Federal, in cui i nostri nonni lavoravano insieme ai latini d’America e ai neri d’Africa. Già i “negri” non erano solo loro, ma anche noi italiani e non per il colore naturale della pelle, ma perché lerci del lavoro dei campi. È il nero della marginalità esistenziale, della rabbia covata per anni, del futuro migliore che non arriva mai. E allora fuori dai campi di lavoro la musica diventa esistenza, diventa evasione. Il cuore fermo nei petti chini nei campi finalmente esplode. Il rosso del sangue nelle vene illumina i passi nella notte delle piazze, liberi sotto il cielo stellato, come rosse lucciole danzanti. La libertà prende forma e ritmo della musica, e che musica, la musica della vita, dell’emarginazione, dell’emigrazione, della povertà. Un ponte tra la miseria e la poesia, tra l’orgoglio delle proprie origini e la difesa di una umanità dignitosa, dopo tutto, oltre tutto. Il tango inizia da lì, dai ricordi mai abbandonati di sapori, odori, voci teneramente dati in prestito ad una terra lontana come germogli sotto le foglie.

Dobbiamo tornare a pensare, a vivere, a sentire come se fossimo dei tangueros che in quei tre minuti hanno tutta la vita davanti, tra le loro braccia, e la conducono con passione, ardore e sublime responsabilità.

Vediamoli e nel nostro quotidiano rimettiamo la passione in ciò che facciamo, rimettiamo al centro i desideri, riprendiamo la grinta di chi non ha paura ma ha speranza che tutto andrà bene e così sarà.

Parte la musica, i ballerini volano con scatti fulminei da Buenos Aires a Parigi e poi a Londra e poi via via in ogni angolo del mondo, proprio come la storia del tango. La fantasia un’altra volta fa da regista. Poi la musica tace, ma le emozioni risuonano ancora, il respiro in sintonia dei due ballerini è l’unica musica del finale. La mente riprende il suo gioco, i pensieri occupano lo spazio lasciato dalle note, il pubblico applaude, il mondo con il suo rumore invade la pista. I tangueros tenendosi per mano escono soddisfatti, occhi bassi a trattenere l’emozione, è ancora vivo in loro il ricordo degli incontri, delle solitudini, della miseria che del tango sono linfa vitale, ma il tango quando si balla è solo tango, tutto il resto viene prima o viene dopo.

Con passione vi saluto.

Bye bye

Mario Alberto Catarozzo



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