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Perché il futuro dipende da noi? Come facciamo a creare la realtà che viviamo

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Esiste la realtà oggettiva? Quindi possiamo solo prenderne atto?

Esiste una realtà senza di noi? Sì, certo, risponderebbero molti. Allora riformuliamo meglio: viviamo una realtà se non la percepiamo, quindi se non ne facciamo esperienza? Certo che no, messa così siamo d’accordo tutti. Ed è proprio così che stanno le cose: come diceva Eraclito, noi siamo la misura della realtà. Per secoli filosofi e poeti si sono interrogati sulla natura della realtà; in poche parole, se esiste una realtà oggettiva. Su questo terreno si sono sfidate illustri scuole di pensiero e si sono mobilitate le menti più geniali del pianeta in ogni epoca.

Nietzsche, Heisenberg, Cartesio, Einstein, fino a giungere a ritroso fino agli Scettici del V secolo a.C. (il nome è rimasto in uso, non a caso), in molti hanno sfidato questo limite dell’oggettività. Le scienze dell’epoca pre e post-moderna hanno di questo fatto un pilastro a favore dell’una o dell’altra teoria, fino a definire l’osservazione, in quanto tale, soggettiva per definizione. Siamo noi che osserviamo a modificare e a manipolare la realtà osservata.

Sapete qual è la conseguenza immediata? Che se riteniamo che la realtà sia qualcosa di esterno a noi, preimpostato, indipendentemente da noi, allora noi non possiamo fare altro che SUBIRLA. Dobbiamo solo adeguarci ad essa, ne siamo schiavi. Ma se la realtà è soggettiva, quindi dipende da ciascuno interpretarla, crearla e modificarla, allora noi siamo al centro della realtà che viviamo, ne siamo pienamente responsabili e ne siamo pienamente ATTORI.

Quanto conta come interpretiamo le cose?

Ebbene sì, ci interessa più di quanto molti sospettino! Arriviamo dunque più vicini ai nostri giorni, e riprendiamo quanto Richard Bandler e John Grinder hanno articolato nella PNL (Programmazione Neuro Linguistica), piuttosto che ha sostenuto Paul Watzlawick nella Scuola di Palo Alto, o negli anni ’80 Wittgenstein: l’osservazione della realtà è mediata dal nostro sistema sensoriale, pertanto la realtà non è come è, ma è come siamo. All’inizio del XX secolo il filosofo Polacco che ha costruito la General Semantic, Korzybski conia l’assioma, poi fatto proprio dalla PNL, la mappa non è il territorio.

Cosa vuol dire, in concreto? Che noi ricostruiamo la realtà, in base al nostro sistema sensoriale, alle nostre capacità, al nostro stato d’animo; ci concentriamo su alcune cose perdendone altre; altre ancora le dimentichiamo. Tutte passano attraverso la nostra interpretazione, perché abbiamo bisogno di dare un senso, un significato.

Così cancelliamo, distorciamo, generalizziamo, ingigantiamo. Alla fine ci inganniamo; mettetela come volete, ma così è.

Altra caratteristica dell’essere umano, accanto alla necessità spasmodica di dare un senso alle cose, è che attraverso il linguaggio, noi ci descriviamo e descriviamo agli altri la realtà che viviamo, che abbiamo vissuto e che vivremo.

Le parole che usiamo per descrivere gli eventi sono importanti?

Le parole che utilizziamo per raccontarci (dialogo interiore) e raccontare le situazioni faranno la differenza di ciò che vivremo e come lo vivremo. Se creiamo scenari tetri, ansiogeni, terribili, approssimativi, etc….poi saremo costretti a viverli. Quando ci diciamo che una cosa è terribile, la vivremo come tale; se pensiamo che quell’incontro è importantissimo e un errore potrebbe essere un disastro, ecco che abbiamo alzato l’asticella del salto in alto e gli effetti emotivi si fanno sentire subito, ben prima dell’incontro; se ci diciamo che la giornata è un susseguirsi di problemi, la affronteremo con uno spirito conseguente e con ottime probabilità…avremo ragione.  Noi siamo creatori di realtà.

Paul Watzlawick dice che il linguaggio che utilizziamo ci utilizza. La PNL sostiene che puoi scegliere cosa seminare, ma sei costretto a raccogliere ciò che hai seminato. Korbyzsky dice che facciamo esperienza della realtà non in modo diretto ma solo mediante le astrazioni, i concetti e quindi le parole (oltre che con le sensazioni). Se andiamo a vedere le filosofie orientali, dal Tao al Buddismo e a ritroso nei classici greci e latini, ritroviamo con nomi diversi gli stessi concetti. Le parole sono come i colori su una tela e noi ne siamo costantemente il pittore. New age? Chiacchiere? Filosofia spicciola? Qualche migliaio di anni di filosofia inutile? Vedete voi cosa è meglio pensare, ma prendere coscienza (ben più che comprendere cognitivamente, vuol dire assorbire, far proprio) rappresenta davvero una rivoluzione copernicana nella vita di una persona. Gli effetti sono davvero importanti. Provate e toccherete con mano.

Coaching: da subire a gestire

Timothy Gallwey, il papà del Coaching, afferma che il vero nemico è quello che abbiamo nella nostra testa. Siamo in sostanza noi stessi. Ma come facciamo in concreto ad essere nemici di noi stessi? Parlandoci in modo disfunzionale e depotenziante. Fateci caso: il più delle volte i peggiori carcerieri di noi stessi siamo noi, i giudici più implacabili, i più intransigenti, colpevolizzanti, siamo noi stessi.

Il Coaching può essere un percorso strategico eccezionale nella direzione di acquisire maggior consapevolezza e strumenti per riprendere in mano la propria realtà.

Buon lavoro.

Mario Alberto Catarozzo

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