Perché parlare continuamente di crisi è un errore? È di cambiamento che dobbiamo parlare

Panta rei (tutto scorre)

Panta rei, tutto scorre. Questo ci hanno insegnato i nostri progenitori, decisamente più saggi di noi oggi. Crisi, dal greco “crisis” cioè rottura, frattura, indica un cambiamento repentino. Che il cambiamento in atto sia repentino, veloce, a tratti convulso, non c’è dubbio. Ma sempre di cambiamento stiamo parlando.

Crisi e cambiamento

Come me abbiamo affrontato più volte in questo blog, la parola crisi è una delle più ricorrenti e presenti sulla bocca di tutti. Parlare di crisi genera allarme, ovviamente; crea uno stato di tensione non positiva, ma reattiva. Potremmo chiamarla resistenza, per essere più precisi. È questo è ciò che molti stanno facendo, resistendo. I mass media purtroppo su questa situazione fanno il loro business, così si moltiplicano trasmissioni che cavalcano l’onda. Ad ogni ora del giorno, su ogni rete televisiva non si parla di altro: licenziamenti, chiusure aziendali, esodi di massa verso l’estero, famiglie sull’orlo della bancarotta, imprenditori sul lastrico, giovani senza lavoro, separati in coda per il dormitorio pubblico. Si alternano a queste notizie scandali politici, ruberie di ogni genere, fatti di cronaca terribili, eventi internazionali raccapriccianti. Ecco, questo è l’humus culturale in cui ciascuno di noi si trova a vivere quotidianamente.

Costantemente in ansia

Parlare continuamente di stato di crisi non fa altro che generare allerta, ma lo stato di allerta continuo, cronico, non ha effetti positivi, bensì negativi, in quanto mette in atto meccanismi protettivi e quindi reattivi, atavici nell’organismo umano. Di fronte al pericolo la reazione biologica comportamentale è l’attacco o la fuga. Si assiste così ad una psicosi collettiva da attacco nucleare con le persone che cercano di difendere il proprio patrimonio e il proprio status e con altri che diventano aggressivi di fronte alle circostanze. Fuga e attacco, appunto.

Reagire e agire sono due comportamenti ben diversi. La reazione è un comportamento istintivo e quindi non ponderato e ripetitivo, sullo stile pavloviano stimolo-risposta. L’atteggiamento proattivo, invece, è volontario nel senso di ponderato, realizzazione spesso di una strategia. Chi è proattivo decide di non subire le cose, ma di fare qualcosa per cambiarle.

A scuola da Roosevelt

Sentire continuamente parlare di crisi, di disastri imminenti, di rischi di default di un’intera nazione, non solo non aiuta, ma crea irrigidimento, preoccupazione, ansia e demotivazione. Non esiste nulla di più deleterio della demotivazione. Essere demotivati vuol dire non avere una vision o, peggio, averla nefasta. Se penso che domani sarà peggio di oggi, o anche solamente che non sarà cambiato nulla, di certo non sarò motivato ad impegnarmi per il meglio. La motivazione nasce proprio dalla vision, dalla prospettiva di qualcosa di positivo, di allettante, di stimolante che giustifichi il nostro agire, sacrifici e impegno. Nel 1933 Roosevelt diede avvio al New Deal partendo proprio da un nuovo spirito, un nuovo ritmo, nuove speranze e nuove prospettive. Poi fece seguire i fatti, certo, ma creò prima l’humus adatto a far crescere il desiderio degli americani verso la ripresa. La crisi è un nemico che si può battere, ripeteva nei suoi discorsi. Famose restano le trasmissioni radio del venerdì in cui parlava agli americani come un buon padre di famiglia fa con la propria famiglia, spiegando e stando vicino. Lavorava in questo modo su più livelli: vision, rassicurazione, informazione, fatti concreti. Il cocktail fu eccezionale, dal momento che in pochi mesi l’America si lasciò alle spalle uno dei periodi economici (la crisi del 1929) più difficili della propria storia.

Una nuova cultura

Perché dunque in una Italia ricca di ingegno, di risparmiatori, di grandi lavoratori, di passioni, che è presente in tutto il mondo con la moda, l’arte, la letteratura, la scienza, l’industria, il cibo, lo sport, la musica, che possiede il petrolio più verde e inesauribile del mondo, l’arte, la storia, l’archeologia, si sente tanta negatività? Perché la cultura in cui facciamo crescere i nostri figli è la cultura dell’errore, in cui si sottolineano sempre e solo i difetti, ciò che manca, gli errori? Come mai non siamo ancora riusciti a valorizzare tutto il patrimonio che ci contraddistingue? Cosa deve accadere perché cio avvenga? Come possiamo alimentare questa tendenza per superare il negativismo?

Abbiamo tutto quello che ci serve e forse anche di più del necessario, tranne la  cultura di smettere di puntare sulla polemica e sulla paura e cominciare a  puntare sul valore individuale, ma soprattutto collettivo.

Buone Festività a tutti i miei lettori e fatemi sapere cosa ne pensate e cosa ritenete di poter cominciare a fare di nuovo partendo da voi per il nuovo anno.

Siate affamati, siate folli, diceva Steve Jobs. Per noi forse vale di più siate positivi, siate uniti.

Un caro saluto.

Mario Alberto Catarozzo

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