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Quanto conta ciò che pensiamo sulle nostre performance? Timothy Gallwey, il papà del coaching, insegna l’Inner Game

Siamo stati abituati a fare i “bravi” e lì sono cominciate le interferenze allo sviluppo delle nostre potenzialità. Attraverso queste parole facciamo la nostra conoscenza con un personaggio “storico” del coaching, Timothy Gallwey, e parliamo di performance.

SELF 1 e SELF 2 al comando della nostra vita

Il settantaseienne papà del coaching calca la scena di tre giorni di corso centrati sul tema del talent, leadership, empathy e, soprattutto, la scoperta del nostro self 2, la nostra parte più autentica, troppo spesso controllata e oscurata dal self 1, la parte di noi giudicante e frutto di cultura, educazione e condizionamenti.

Ciascuno di noi ha attitudini e potenzialità innate. Per realizzare noi stessi ed essere felici dovremmo coltivarle, farle emergere, allinearci ad esse. Invece sin da piccoli siamo condotti ad essere come “è giusto”, come è “opportuno”, ad essere “bravi”, appunto. Lo hanno fatto con noi da piccoli, lo facciamo noi con i nostri figli piccoli. Sin dalla tenera età siamo stati allenati a diventare come era giusto che diventassimo per inserirci nel mondo, a seguire un modello, a preoccuparci del giudizio degli altri e nostro. Invece di far emergere da noi, come nella più antica arte maieutica, abbiamo appreso a fare secondo modelli e percorsi prestabiliti da altri, società, scuola, organizzazioni.

La libertà di pensiero del bambino è stata sostituita dalla necessità di adeguarsi, di omologarsi, di essere accettati non per quello che si è, ma per quello che si deve essere. Nel tempo queste sovrastrutture cominciano a pesare come armature medievali, le cui giunture scricchiolano e i movimenti risultano impacciati.

Le metafore che Tim usa sono il tennis e il golf; il campo come luogo in cui mettersi alla prova, in cui toccare con mano la schiavitù della mente che ci dice come dobbiamo fare il movimento, invece di farlo come ci viene naturale, pensare invece che sentire e non fermarsi mai a nutrire la consapevolezza per apportare modifiche nel modo di agire e nella direzione da imprimere. La mente che toglie il piacere di sentirsi tutt’uno con ciò che fai; la mente che ostacola, che complica, che snatura ciò che potrebbe essere invece semplice, fluido, naturale appunto.

La formula delle performance

P = p-i

Le performance sono pari alla differenza tra le potenzialità che abbiamo meno le interferenze. Ma quali sono le interferenze? Siamo soliti attribuirle a fattori esterni, l’azienda, la società, i luoghi, il caso, le persone intorno a noi. Invece le vere interferenze sono principalmente i nostri pensieri, siamo in definitiva noi stessi. Il vero avversario – ci insegna Tim – non è colui che è dall’altra parte della rete nel campo da tennis, ma è nella nostra testa, siamo noi stessi. Anzi, l’avversario dall’altra parte della rete spesso è il nostro miglior alleato, in quanto è colui che ci costringe a far fondo alle nostre migliori risorse. Senza di lui non progrediremmo. Per migliorare nel gioco, infatti, è utile giocare con chi è più bravo di noi e non con chi lo è meno. Ecco che l’avversario temuto è il nostro miglior sponsor. Al contrario, i pensieri giudicanti, le sovrastrutture cognitive sono il vero ostacolo da superare, sono la vera complicazione con cui confrontarsi.

Saper giocare la partita interiore, l’Inner Game, è la vera sfida per tutti!

Buon lavoro

Mario Alberto Catarozzo

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