Questione di punti di vista…e ti pare poco!

Ore 18, riunione plenaria in studio. Si comincia in ritardo, tanto per non perdere le buone abitudini e il via vai di chi è richiamato, come un pesce all’amo, dal telefonino scandisce buona parte dell’incontro. Dalla mia posizione defilata ho il privilegio di poter osservare ciò che accade. Lo schema è in fondo molto semplice: far prevalere la propria opinione su quella degli altri. Tutto qui. Energie, toni di voce, tempo, dialettica, insomma tutto focalizzato strategicamente verso un’unica meta: avere ragione sugli altri, imporre la propria opinione e, quindi, visione delle cose.

Più di una volta durante lo sviluppo dei botta e risposta tra i partecipanti mi rimbalza in testa come una pallina da ping pong una domanda: ma è saggio tutto questo? Intendo, è utile a qualcuno, anche solo a chi la spunta volta per volta come in una partita a carte dove vince chi cala il jolly al momento giusto. Mah, la pallina in testa continua a fare il suo dovere e mantiene vivo il dubbio che tutto ciò non abbia senso, ma proprio per nessuno.

Ad un certo punto mi sovviene una scena di un film appena visto e che apparentemente non dovrebbe centrare nulla con il contesto in cui sono inserito. La pellicola che mi sovviene è quella di Batman 2, dove il mitico eroe si inventa un espediente per poter ricostruire tridimensionalmente l’ambiente in cui si troverà ad agire e che non conosce. In sostanza utilizza i cellulari dei presenti come sonar che grazie all’emissione di onde radio dalle diverse posizioni in cui si trovano (punti di vista, appunto) fanno sì che il risultato sia la ricostruzione di un ambiente tridimensionale.

Mutatis mutandis, non è molto diverso da ciò che accade quando ci confrontiamo con altri interlocutori che vedono le cose da punti di osservazione (e quindi di vista) diversi. Ciascuno vedrà, di conseguenza, aspetti diversi della stessa realtà. Ciascuno vedrà (ricostruirà) una propria fattezza delle cose e, cosa ancor più importante, muoverà dalla convinzione che quella sua è l’unica (o la vera) realtà in base alla quale agire. E agirà come se fosse così, l’unica migliore realtà. Per di più da imporre agli altri.

Cosa ci siamo persi con questo modo di agire? Proviamo a vedere. Se ipotizzassimo che le nostre menti emettessero le stesse onde radio di un sonar, il risultato sarebbe fantastico: tanti sonar (menti) posizionati in luoghi diversi potrebbero contribuire ad arricchire la visione del territorio a beneficio di ciascuno. Arricchimento, dunque. Tutto ciò viene perso ogni qual volta non chiediamo cosa l’altro vede, intende, pensa. E anche se lo chiediamo, lo perdiamo comunque se poi non siamo capaci di ascoltare, ascoltare davvero, con interesse, innanzitutto per capire cosa si vede da lì, dalla posizione dell’altro. Già, il tutto in un’ottica di sano “egoistico” interesse ad arricchire la nostra mappa della realtà e più una mappa è curata, aggiornata, ricca e più possibilità di scelta ci concede e, in definitiva, ci rende più liberi e più forti.

La riunione è finita, più che altro perché il tempo e la pazienza di tutti si sono esauriti. Ciascuno lascia la sala riunioni tra qualche sbadiglio, qualche chiacchiera e qualche sorriso. Alla fine tutto come prima, è rassicurante in fondo.

Mi chiedo quanta tridimensionalità, profondità, ricchezza avesse la mappa di ciascuno prima e quanto dopo la riunione. E se noi nel confrontarci con gli altri ci immaginassimo come dei magnifici sonar, più che come piccoli Unni che devono solo spianare, annichilire la visione altrui a favore della nostra?

La pallina da ping pong ha cessato anch’essa di agitarsi nella mia testa, esco anch’io dalla sala riunioni. Ma prima di uscire un ultimo guizzo mi salta in mente quando leggo la targa davanti alla grande porta a vetri a compasso che chiude la sala: “sala riunioni”. Già in fondo è solo una sala riunioni, starà poi a noi renderla un luogo dove si arricchiscono le idee, oppure dove si spianano.
A presto!
Bye bye

Mario Alberto Catarozzo
@MarAlbCat



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