Riforma del lavoro: quale miglior occasione di public speaking per il professionista?

Il Public Speaking è l’arte di parlare in pubblico. Che il pubblico sia un’audience ampia, piuttosto che un ristretto gruppo di persone (collaboratori o clienti) poco conta. Sempre di public speaking si tratta.

E’ stata in questi giorni appena varata la tanto agognata Riforma del lavoro. Molti professionisti specializzati in materia sono ora in movimento per organizzare eventi di aggiornamento con i propri clienti, piuttosto che chiamati da società di formazione, Ordini e associazioni per tenere interventi di approfondimento sul tema per colleghi e altri professionisti.

L’occasione è quella ideale per mettere alla prova la propria arte oratoria. Già, ma il conoscere in modo eccellente i contenuti non bastano per catturare l’attenzione della platea. E l’essere un eccellente avvocato non sempre è sufficiente per poter dire di essere un abile speaker. Come abbiamo avuto modo di affrontare in altri post del blog, il parlare in pubblico può essere un fantastico biglietto da visita per il professionista. Avere un palcoscenico tutto per noi, o comunque un’occasione dove siamo sotto i riflettori è un’opportunità che non va “sprecata”. Ciò soprattutto quando in platea abbiamo potenziali clienti che rimarranno colpiti più dal nostro carisma, da come saremo capaci di gestire la relazione, che non dai contenuti. Ciò, specifichiamo subito, non vuol dire che i contenuti siano poco importanti o in secondo piano. Sono fondamentali. Essere veri esperti della materia è il punto di partenza per poter essere apprezzati e stimati. Ma spesso non basta.

Diciamo che il 50% dei risultati di un ottimo public speaking sono i contenuti (vendere “fuffa” non porta lontano) e l’altro 50% sono il carisma e la personalità del relatore.

Si ricorderanno di noi per come li avremo fatti sentire, dice Buechner, non per ciò che abbiamo detto. Diciamo che si ricorderanno più come li avremo fatti sentire che ciò che abbiamo detto, che dopo poco svanirà nell’oblio e solo la buon vecchia dispensa cartacea saprà richiamare alla memoria.

Durante il public speaking tutti e tre i canali della comunicazione, il verbale (ciò che diciamo), il paraverbale (come lo diciamo) e il non verbale (il linguaggio del corpo, quindi postura, movimenti, gestualità, espressioni del viso, silenzi) sono attivi. Per poter dunque essere efficaci e quindi utilizzare al meglio questa opportunità è utile conoscere le regole e i principi e saperli utilizzare in funzione di ciò che vogliamo trasmettere.

Così, anche una relazione tecnico-giuridica come un focus sulla riforma del lavoro può essere affrontata e gestita in mille modi con esiti molto diversi sul percepito dell’audience a parità di contenuti.

Avremo il relatore smart che saprà trasmettere e condividere con il pubblico i contenuti attraverso esempi, case history, metafore, uso del linguaggio efficace. Avremo il relatore che invece sarà “solo” tecnico.

Avremo il relatore in piedi che gestisce lo spazio a disposizione per comunicare e il relatore seduto immobile dietro il computer o dietro i fogli che come la coperta di Linus staranno lì a proteggere ogni dimenticanza.

Avremo il relatore che sa entrare in empatia con l’audience ed entrare in sincronia di tempi (cronemica) e il relatore che ha la sua scaletta e se ne va per la sua strada costi quel che costi, anche di perdere cammin facendo tutti.

Avremo il relatore che avrà preparato slide non piene di testo, ma anche con immagini, spazi vuoti sapientemente gestiti ed effetti di transizione dei testi ad hoc, e relatori con slide tutto testo, fitte fitte.

Potremmo continuare a lungo. Quale è la morale? Che a parità di contenuti eccellenti, l’esito sull’ascoltatore può essere molto diverso in termini di efficacia e, quindi, di “promozione” della propria immagine.

Bisogna sempre ricordare che il public speaking non è sfoggio di cultura, non è superiorità dello speaker verso l’aula, non è un tassello per arricchire il proprio ego, ma dovrebbe essere un’attività al servizio di chi ascolta. La sua funzione dovrebbe essere quella di facilitare la comprensione e l’apprendimento rispetto al lavoro che ciascuno può benissimo fare da solo con un libro o una dispensa in mano.

Insomma, chiediamoci sempre qual è il valore aggiunto della mia presenza in aula rispetto ad un libro o un testo che spieghi bene l’argomento. La risposta sarà la mia personalità, la mia capacità di suscitare emozioni, di suscitare associazioni mentali, di organizzare gli argomenti, di arricchire di esempi, di casi pratici.

Questo vuol dire essere protagonisti e non semplici lettori di testi o di slide.

Buona relazione, dunque.

Bye bye

Mario Alberto Catarozzo

 



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