Ricordate il film Sliding doors? Una metropolitana persa, un taxi non preso, un sorpasso non fatto e la nostra vita prende una direzione diversa da quella che avrebbe altrimenti preso. Ed è così tutti i giorni, scelta dopo scelta, consapevole o meno che sia. L’effetto Butterfly prende le mosse da questa considerazione per affermare che anche dai più piccoli gesti, da scelte apparentemente insignificanti possono derivare, anche a distanza di tempo e di luoghi, effetti importanti.

Avere successo vuol dire avere obiettivi chiari. Anche l'origine del termine successo, dal latino succèssus, indica il far subentrare ad un'idea, un proposito, un progetto, il risultato. In altri termini, far accadere ciò che si è prefissati. Come si può, infatti, far accadere qualcosa se non si conosce prima cosa si vuole ottenere? Le vere leve motivazionali sono dunque proprio gli obiettivi.

Cosa succederà nei prossimi dieci anni nel mondo delle professioni è ciò che tutti provano ad immaginare. Molti, per come vanno veloci i tempi, si accontenterebbero di sapere cosa accadrà da qui al prossimo anno. E non parliamo qui della riforma delle professioni, né tantomeno di quella forense che interesserà il mondo dell’avvocatura. La domanda è più ampia, investe i costumi, la mentalità, l’organizzazione, la gestione e le competenze con cui l’essere un libero professionista dovrà fare i conti. Avvocati, commercialisti, notai, consulenti del lavoro, architetti, ingegneri, medici, nessuno può chiamarsi fuori da questo salto epocale.

Comunicare con gli altri sembra semplice, ma non lo è affatto. La PNL (Programmazione Neuro Linguistica) ci insegna che ciascuno ricostruisce la realtà in base ad una serie di filtri che gli permetteranno di comporre un sua personalissima “mappa” della realtà. Relazionarsi e comunicare vuol dire far incontrare queste mappe, metterle grado di scambiarsi informazioni possibilmente capendosi. Tutt’altro che semplice, se provate a considerare al vostra esperienza che, come quella di tutti, sarà ricca di incomprensioni, equivoci, non detti che creano malumori, dissidi, conflitti.

Il coach è un facilitatore del cambiamento. Un alleato con cui fare chiarezza, pianificare e attuare. Ben presto tra coach e professionista si instaura una partnership, un vero e proprio apporto di fiducia potenziante e funzionale al percorso intrapreso.

Il coach affianca gli studi professionali nei processi di cambiamento, di sviluppo e di rinnovamento velocizzandoli e fornendo strumenti e competenze nuove per il mondo professionale.

Tempo di maturità. Tempo di esami. Il primo di una lunga serie che scandirà la vita delle giovani generazioni così come ha scandito la vita dei quarantenni e cinquantenni d'oggi. Uno dei temi proposti quest'anno sull'attualità, tra crisi, lavoro e soluzioni innovative riguarda Montale, i giovani, la crisi e un frammento del famoso intervento di Steve Jobs all'Università di Stanford nel 2005 conclusosi col "siate affamati, siate folli" (stay hungry, stay foolish).

Si nasce in una famiglia. Bella o brutta è la nostra e a poco a poco ci si abitua. Quegli schemi, quei modi di comportarsi, di parlare, di relazionarsi diventano per osmosi i nostri. Cominciamo così, sin da piccoli a ripeterli, a diventarne abili esecutori, fino a diventarne orgogliosi. È il nostro "programma". Il software è installato ora. In futuro, in ogni circostanza, sarà lui a guidarci, come un navigatore. E come ogni navigatore, se non verrà aggiornato costantemente diverrà presto obsoleto di fronte al territorio su cui ci muoveremo: cambieranno gli scenari, rimarrà il vecchio programma ad affrontarli. Nuove strade, nuove opportunità, nuove esperienza passeranno veloci accanto a noi senza scalfirci. È il nostro dna familiare, è la scheda forata che ci accompagnerà a lungo, se non per sempre.

Esiste un principio in base al quale è il 20% delle attività che svolgiamo a generare l’80% dei risultati. Specularmente, il rimanente 80% di attività produrrà solo il restante 20% di risultati, qualificandosi dunque come attività ben poco redditizie. Questa regola è nota come Legge di Pareto o principio 80/20. 

La conseguenza pratica dunque quale potrà essere? Che su 100 attività solo 20 sono quelle realmente produttive e redditizie.  Quindi, una gestione oculata del nostro tempo e delle nostre energie dovrebbe portare ad individuare quali sono le attività altamente produttive che rientrano in quel 20% da cui discendono gran parte dei nostri risultati.

Fare il professionista vuol dire anche questo. Vuol dire dedicare una quota-parte del proprio tempo a creare un clima in studio positivo, di collaborazione e condivisione. Vuol dire sapere quando intervenire e come nelle situazioni di tensione tra i collaboratori. Vuol dire essere consapevoli che le emozioni, anche in studio, possono fare la differenza tra un gruppo performante e uno dispersivo e conflittuale. E i clienti? Percepiscono, statene certi, se uno studio è un’organizzazione compatta e sincronica, oppure se ciascuno va per la sua strada e alla prima occasione non perde tempo a sfogarsi su ciò che non va.

Chi svolge una libera professione come l’avvocato o il commercialista non è tradizionalmente abituato a porsi una domanda: come mi vedono gli altri? Sì è infatti abituati a pensare, a dare per "scontato" che tutti ci vedano come ci vediamo noi, come se ci leggessero nel pensiero. Diamo per scontato che tutti percepiscano quanto siamo bravi, quanta esperienza abbiamo, quanto siamo seri ecc. Non siamo abituati, in sostanza, a porci la domanda: cosa “arriverà” agli altri di ciò che cerchiamo di comunicare, delle nostre intenzioni, del nostro essere e dei nostri modi.

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