La maggior parte dei convegni o seminari ci hanno abituato a vedere il relatore saldamente seduto al suo posto dall’inizio alla fine della relazione. Se ciò poi si accompagnava ad un andamento mono-tono del paraverbale ecco che, a prescindere dalla bontà dei contenuti, l’evento risultava in salita. Difficile, infatti, mantenere alta l’attenzione in tali condizioni (che è poi ciò che permette di memorizzare i contenuti).

Sarà capitato a tutti di partecipare ad un seminario o ad un convegno e trovarsi davanti proiettate slide piene di testo. A questo punto ci siamo trovati di fronte ad un bivio: decidere di ascoltare la relazione dello speaker e non leggere il testo, oppure optare per la lettura e sacrificare ciò che il relatore stava per dirci. I più diligenti hanno cercato di fare entrambe le cose…perdendo necessariamente spezzoni dell’uno e dell’altro.

Ore 18, riunione plenaria in studio. Si comincia in ritardo, tanto per non perdere le buone abitudini e il via vai di chi è richiamato, come un pesce all’amo, dal telefonino scandisce buona parte dell’incontro. Dalla mia posizione defilata ho il privilegio di poter osservare ciò che accade. Lo schema è in fondo molto semplice: far prevalere la propria opinione su quella degli altri. Tutto qui. Energie, toni di voce, tempo, dialettica, insomma tutto focalizzato strategicamente verso un’unica meta: avere ragione sugli altri, imporre la propria opinione e, quindi, visione delle cose.

Più di una volta durante lo sviluppo dei botta e risposta tra i partecipanti mi rimbalza in testa come una pallina da ping pong una domanda: ma è saggio tutto questo? Intendo, è utile a qualcuno, anche solo a chi la spunta volta per volta come in una partita a carte dove vince chi cala il jolly al momento giusto. Mah, la pallina in testa continua a fare il suo dovere e mantiene vivo il dubbio che tutto ciò non abbia senso, ma proprio per nessuno.

Ad un certo punto mi sovviene una scena di un film appena visto e che apparentemente non dovrebbe centrare nulla con il contesto in cui sono inserito. La pellicola che mi sovviene è quella di Batman 2, dove il mitico eroe si inventa un espediente per poter ricostruire tridimensionalmente l’ambiente in cui si troverà ad agire e che non conosce. In sostanza utilizza i cellulari dei presenti come sonar che grazie all’emissione di onde radio dalle diverse posizioni in cui si trovano (punti di vista, appunto) fanno sì che il risultato sia la ricostruzione di un ambiente tridimensionale.

Continuiamo il nostro viaggio nel public speaking, l’arte di parlare in pubblico, piacere e piacersi. Era da settimane che Franco, un avvocato “giovane dentro” (come si definiva lui strizzando l’occhiolino alle cinquanta candeline spente da poco), stava preparando la relazione per il convegno organizzato dal suo Studio legale. Era tutto perfetto, il palcoscenico era la riforma del lavoro e lui non poteva che essere l’attore principale, giuslavorista appassionato.

Partiamo dalla fine, tanto per cominciare. Anche chi se la cava bene nel parlare in pubblico e nel condurre discorsi, il più delle volte dedica buona parte del suo tempo a curare “l’attacco” dello speech. Certo, l’ansia è palpabile e quindi si cerca di porre rimedio a questa sensazione sgradevole iper-preparandosi al suo superamento.

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